Trovato un cranio nel bosco sul Monte Cagno: potrebbe appartenere a Marco Benso

L’ex dirigente romano era sparito nel nulla il 29 luglio 2024. Il ritrovamento rischia di chiudere nel modo più straziante un giallo che dura da due anni.

L’Aquila – C’è un pezzo di cranio, dimenticato per due anni tra la vegetazione impervia del Monte Cagno, che potrebbe finalmente dare un nome a un’assenza lunga oltre settecento giorni. I resti umani, scoperti quasi per caso da alcuni giovani escursionisti a circa 1.700 metri di quota, in una zona ripida e fuori dai sentieri battuti, potrebbero appartenere a Marco Benso, l’ex dirigente romano di 87 anni svanito nel nulla il 29 luglio 2024 durante una vacanza sull’Altopiano delle Rocche. Un ritrovamento che rischia di chiudere nel modo più straziante una vicenda rimasta per oltre due anni avvolta nel mistero.

Quella mattina d’estate Benso era uscito di casa intorno alle 8, come faceva ogni giorno. Aveva raggiunto un bar del paese per un caffè – l’ultima immagine di lui è quella catturata dalle telecamere di videosorveglianza – poi si era incamminato lungo un sentiero, in direzione della montagna. Con sé non aveva né il cellulare né i documenti, soltanto le chiavi di casa. Da quel momento, il buio. Nessuna traccia, nonostante i mesi di ricerche di Vigili del fuoco, Protezione civile, Soccorso alpino, unità cinofile e droni.

A trovare il cranio sono stati gli stessi escursionisti che hanno subito allertato i carabinieri. I militari, intervenuti sul posto, hanno rilevato che i resti presenterebbero un segno riconducibile a un precedente intervento chirurgico alla testa, lo stesso subìto dall’anziano. Un primo riscontro, non ancora una certezza. Il materiale, spiega il Comitato Scientifico Ricerca Scomparsi OdV che dal 2024 segue il caso, è soltanto una parte del cranio: manca la mandibola e alcune ossa, forse perché il corpo, rimasto per due anni all’aperto, sarebbe stato preso d’assalto dagli animali del bosco.

Marco Benso. Foto Facebook/Comitato Scientifico Ricerca Scomparsi OdV

L’ipotesi più accreditata è la più amara: quel giorno Benso avrebbe avuto un momento di confusione, una crisi di memoria, e avrebbe continuato a camminare fino a cadere in quel dirupo impervio, dove nessuno lo ha mai cercato. Le ricerche delle altre parti del corpo, riprese in queste ore, hanno finora dato esito negativo.

La parola definitiva spetta ora alla scienza. Gli esami sono stati affidati al Ris dei carabinieri, che in questi due anni aveva già acquisito il DNA dei familiari. Sarà il confronto genetico a stabilire se quel frammento restituito dalla montagna sia davvero ciò che resta di Marco Benso. Una famiglia che non si è mai arresa – arrivata persino a offrire una ricompensa di 4mila euro per un indizio concreto, e che aveva più volte lanciato appelli anche da “Chi l’ha visto?” – attende ora una risposta che, quale che sia, metterà fine a un’attesa disperata.