Il ragazzo fiorentino era a Barcellona per girare un video musicale. Un’ora di contenimento, l’iniezione di un calmante, poi l’arresto cardiaco. Due Procure ora vogliono la verità.
Firenze – C’è un video di un’ora e sedici minuti che nessun genitore dovrebbe mai vedere, e che oggi è finito agli atti di due inchieste. Dentro quelle immagini c’è la fine di Samuele Spinelli, 28 anni, fiorentino cresciuto al Galluzzo, morto a Barcellona il 1° giugno dopo essere stato immobilizzato a terra da sette persone, sedato con un calmante e poi colpito da un arresto cardiaco. La sua famiglia, distrutta ma decisa, non si accontenta della prima spiegazione arrivata dalla Spagna – overdose – e chiede una sola cosa: sapere davvero cosa è successo a quel ragazzo che tutti chiamavano “Squalo”.
Samuele era partito da Firenze pieno di sogni. Ex agente immobiliare specializzato in ville e case di lusso, negli ultimi tempi aveva scelto di inseguire la sua grande passione, la musica. Era arrivato a Barcellona il 27 maggio per registrare un video musicale e sarebbe dovuto tornare a casa il 4 giugno. Non è mai ripartito.
Il 29 maggio è la data che ha spezzato tutto. La mattina Samuele è al mare. “Si era sentito con la madre, era tranquillo”, racconta il cugino Piter Rossi. Poi il vuoto, fino alle 18.30, quando le telecamere di un grande magazzino sulla via dello shopping lo riprendono mentre entra correndo, maglietta bianca e marsupio, in evidente stato confusionale. Gira tra gli stand agitato, spaesato. Alle sue spalle compaiono prima tre persone in abiti civili, poi i vigilantes privati.
È qui che la scena precipita. Gli addetti alla sicurezza lo fermano, lui prova a divincolarsi, e viene portato in uno stanzino sul retro, anch’esso videosorvegliato. Da quel momento parte un filmato lungo un’ora e sedici minuti: Samuele viene messo a terra, a pancia in giù, mentre in sette – tra guardie private, agenti in borghese e poliziotti catalani in divisa – lo tengono bloccato. Alcuni gli fanno pressione con il corpo, altri gli legano mani e piedi con delle fascette. Il ragazzo è completamente immobilizzato.
Dopo circa mezz’ora entrano i sanitari. “Viene effettuato un contenimento farmacologico – spiega l’avvocato di famiglia Diego Capano –. Gli viene iniettata una dose di midazolam, un calmante, ma poco dopo si vede che va in arresto cardiaco“. A quel punto lo liberano dalle fascette, lo girano sulla schiena e iniziano il massaggio cardiaco e la ventilazione. Vanno avanti per altri venti minuti, poi lo caricano su una barella. “In ospedale arriva con la febbre alta“, aggiunge il legale.
Il giorno dopo la Farnesina bussa alla porta dei genitori, al Galluzzo, per avvisarli che il figlio è ricoverato in terapia intensiva a Barcellona. Volano subito in Spagna con il cugino Piter, ma Samuele è in coma e non si sveglierà più. Il 1° giugno viene dichiarato morto. Per i medici catalani la causa è un “cedimento multiorganico“; nel sangue vengono trovate tracce di metanfetamina, da cui l’ipotesi dell’overdose.
Ma è proprio questa la versione che la famiglia non riesce ad accettare. Quando i parenti hanno potuto vedere il corpo, hanno trovato altro. “Aveva segni sulla schiena, sui polsi ed escoriazioni sotto il mento. Era irriconoscibile“, racconta Piter. Da lì la denuncia, prima in Spagna e poi in Italia, e due autopsie – una a Barcellona, una a Firenze – i cui esiti sono ancora attesi.
Oggi sul caso pendono due inchieste: quella della Procura di Roma, competente per i cittadini italiani morti all’estero, aperta contro ignoti, e quella spagnola. “Chiediamo solo di sapere la verità“, ripete la famiglia. Martedì la comunità del Galluzzo ha dato l’ultimo saluto a Samuele: un lungo corteo di moto – l’altra sua grande passione – ha accompagnato il feretro fino alla chiesa di San Giuseppe.