L’editore di TeleNews sfidò i clan insieme a Beppe Alfano. I due, amici fin dall’infanzia, vennero giustiziati a sei mesi di distanza per aver raccontato la verità.
Messina – Ci sono morti che la mafia firma con la sua grammatica più feroce, e quella di Antonio Mazza porta questa firma dall’inizio alla fine. Era la sera del 30 luglio 1993, mancava poco a mezzanotte, e l’ingegnere di 45 anni sedeva al tavolo di casa sua, in contrada San Biagio, a Giammoro, a pochi chilometri da Barcellona Pozzo di Gotto. Giocava a carte con due amici. Fuori, il rombo di una moto di grossa cilindrata. Due uomini col volto nascosto da caschi integrali fecero irruzione nella villetta e spararono davanti ai testimoni terrorizzati: due colpi di fucile calibro 12 e quattro di pistola calibro 38. Per Antonio non ci fu scampo.
Mazza era un ingegnere con la passione per la verità, come lo ricordano ancora oggi a Barcellona Pozzo di Gotto. Aveva mille passioni – il teatro, la pittura, il calcio – ma quella che gli costò la vita fu la televisione. Nel 1990 aveva rilevato una piccola emittente locale, TeleNews, trasformandola in una voce scomoda che ogni sera denunciava le infiltrazioni mafiose nel “Palazzo”, le connivenze politiche e il sistema di potere che soffocava la città del Longano.
A dirigere i servizi giornalistici aveva voluto un amico d’infanzia, un cronista che sarebbe diventato un simbolo dell’antimafia siciliana: Beppe Alfano. I due erano nati a cinquanta metri di distanza, cresciuti nello stesso quartiere, divisi soltanto dalle idee politiche – repubblicano l’uno, vicino al Movimento Sociale l’altro – ma uniti dalla stessa ostinazione. Alfano, corrispondente del quotidiano La Sicilia, fu ucciso a colpi di pistola la notte dell’8 gennaio 1993. Mazza non si fermò: continuò la battaglia di TeleNews anche dopo la morte dell’amico. Sei mesi dopo, toccò a lui.

Per anni esecutori e mandanti sono rimasti senza volto. La svolta è arrivata con il pentimento di Carmelo D’Amico, ex capo del braccio armato della mafia barcellonese, arrestato nel 2011 nell’operazione “Gotha” e autoaccusatosi di una quarantina di omicidi. Nei verbali finiti nelle carte del processo Gotha III, D’Amico ha indicato nei vertici della famiglia mafiosa dei “Barcellonesi” i mandanti del delitto Mazza. Nel gennaio 2019 il pentito è stato condannato dal Tribunale di Messina a 30 anni di reclusione.
Ma perché uccidere l’editore di una tv di provincia? Gli inquirenti hanno battuto più piste. La prima è la più semplice e la più tragica: Mazza stava raccogliendo l’eredità di Alfano, era pronto a diventare corrispondente sostituto proprio de La Sicilia. La seconda porta al pallone: uno scandalo sui finanziamenti irregolari che la squadra Igea Virtus – all’epoca nelle mani del boss Giuseppe Gullotti e del commerciante Pietro Arnò – aveva ottenuto dal Comune di Barcellona. La terza affonda nel mistero delle logge massoniche locali: l’ingegnere apparteneva alla loggia “Abramo Lincoln”.
Restano un uomo giusto, una tv coraggiosa fatta tacere, e due amici d’infanzia ammazzati a sei mesi l’uno dall’altro. Solo perché amavano la verità.