Un’analisi dettagliata rivela come l’Italia abbia vissuto un drastico impoverimento del lavoro dipendente, tra retribuzioni bloccate, trasformazioni del sistema economico e i limiti della leva fiscale.
Mentre le principali economie mondiali registravano una forte crescita del potere d’acquisto, gli stipendi reali lordi in Italia hanno subito una contrazione dell’1,6% tra il 1990 e il 2024, un dato che contrasta nettamente con il +35% della media Ocse, il +50,5% degli Stati Uniti e il +33,4% della Francia. La situazione appare ancora più critica se si considera l’intero bacino dei lavoratori compresi i part-time e le occupazioni discontinue, dove il calo reale raggiunge il 6,6%, accrescendo in modo marcato le disuguaglianze interne a danno soprattutto dei redditi più bassi.
All’origine di questo arretramento non c’è un fenomeno temporaneo, ma una trasformazione profonda della struttura produttiva. Da una parte si è verificata un’esplosione del part-time, spesso involontario, passato dal 4,4% degli occupati nel 1990 al 31,6% attuale per la mancanza di tutele al reddito e di servizi alle famiglie. Dall’altra, l’economia italiana si è progressivamente spostata dalla manifattura ai servizi, dove oggi lavora il 70% degli occupati. Se l’industria ha continuato a generare valore garantendo una crescita salariale del 16,5%, nel terziario la diffusione di contratti precari, mansioni dequalificate e orari ridotti ha provocato un crollo dei compensi medi del 20,9%.
Per evitare che questo corto circuito sociale sfociasse in un crollo dei consumi, lo Stato è intervenuto modificando la curva dell’Irpef e rendendo il fisco un vero e proprio ammortizzatore sociale. Aumentando la progressività dell’imposta e alzando la soglia di esenzione fino a oltre 16 mila euro, la fiscalità generale ha quasi dimezzato l’impatto dei tagli salariali: il calo medio degli stipendi lordi dell’8,2% si è così convertito in una contrazione netta del 4,9%. Tuttavia, questo meccanismo ha ormai raggiunto il suo limite invalicabile, rendendo evidente come la redistribuzione fiscale non possa sostituire una reale crescita della ricchezza e dei salari di mercato.