L’insulto ai carabinieri che diventa mainstream

Il caso Flextony–Tigerplug rivela una filiera che premia e monetizza contenuti ostili verso le istituzioni, trasformandoli in trend virali.

Prima ancora di chiedersi se un artista abbia diritto a essere provocatorio, converrebbe chiedersi chi guadagna quando quella provocazione diventa un prodotto da milioni di visualizzazioni. La vittoria di Flextony e Tigerplug a Nuova Scena, il talent rap di Netflix, non riguarda soltanto due nomi emergenti del circuito urbano: riguarda un brano premiato pubblicamente che contiene l’espressione “fanculo i carabinieri”, oggi diventata un audio ricorrente su TikTok tra un pubblico in gran parte minorenne.

Il talent l’ha incoronata, l’algoritmo l’ha amplificata, l’industria discografica ne ha tratto beneficio economico. Difficile continuare a parlare solo di “libertà artistica” quando dietro c’è una filiera commerciale intera che ha scelto di premiare proprio quel brano tra tutti quelli in gara.

Le piattaforme non selezionano i contenuti in base al loro valore, ma in base alla loro capacità di trattenere l’attenzione: un insulto diretto, breve e orecchiabile, funziona meglio di un testo articolato. È questa la ragione strutturale per cui frasi come questa continuano a proliferare. Gli algoritmi non sono forze della natura: vengono progettati e ottimizzati da aziende che potrebbero intervenire e non lo fanno, perché l’engagement generato dalla polemica ha un valore economico più immediato di qualsiasi codice etico dichiarato nei comunicati stampa.

Va detto, senza indugi, che le forze dell’ordine non sono al riparo dalla critica, né dovrebbero esserlo: episodi di abuso, errori, comportamenti scorretti vanno raccontati e denunciati, anche con durezza. Ma “fanculo i Carabinieri” non denuncia nulla di specifico. È un insulto rivolto a una categoria intera, indistintamente, e la distanza tra criticare un fatto e disprezzare un intero Corpo dello Stato è quella che separa il giornalismo dalla propaganda dell’odio travestita da musica di strada.

Colpisce, in questa vicenda, l’assenza quasi totale di reazioni da parte di chi normalmente presidia il dibattito pubblico sul linguaggio d’odio. Editorialisti e commentatori che si mobilitano per espressioni molto meno esplicite restano in silenzio quando il bersaglio sono i carabinieri. Questo scarto di attenzione racconta, forse più di altro, quali categorie sociali godano oggi di una tutela culturale implicita e quali invece possano essere colpite senza alcuna conseguenza reputazionale per chi lo fa.

Dietro le divise ci sono persone che ogni notte affrontano interventi reali, situazioni di pericolo concreto, mentre online la stessa istituzione viene trasformata in materiale di scherno per ottenere clic. Non si tratta di dare voce ai giovani. Ai giovani si può offrire rabbia intelligente, critica sociale vera, linguaggio forte ma non miserabile: la scelta di premiare la via più semplice e vendibile è, appunto, una scelta, non un destino imposto dal mercato.