Un video mostrerebbe i fanghi che ricadono in acqua durante i dragaggi. Il timore: idrocarburi e metalli pesanti liberati in mare.
Napoli – C’è un mare avvelenato dietro il sogno della vela? Mentre la città si prepara ad accogliere la 38ª America’s Cup, i lavori di scavo dei fondali di Bagnoli finiscono nel mirino della sanità pubblica. A far scattare l’allarme è un video, girato da un cittadino e diffuso sui social, in cui si vede una benna sollevare fango dai fondali lasciando ricadere in acqua parte del materiale prelevato. Immagini che hanno spinto l’Asl Napoli 1 Centro a chiedere spiegazioni urgenti sui rischi di dispersione di sostanze tossiche nello specchio d’acqua della Coppa America.
A trascinare il caso sotto i riflettori è stato il consigliere comunale Gennaro Esposito, sommerso dalle segnalazioni dei residenti. “Più cittadini mi hanno inviato il video“, racconta. Quelle immagini, denuncia, stridono con quanto assicurato in Commissione Ambiente dal subcommissario Filippo De Rossi, che aveva garantito l’uso di una benna sigillata proprio per impedire la fuoriuscita del materiale dragato.
Il Dipartimento di Prevenzione dell’Asl non ha perso tempo. Con una nota dell’8 luglio ha chiesto al Commissario straordinario per le bonifiche Gaetano Manfredi e a Invitalia di dimostrare che gli scavi rispettino il progetto approvato: quali benne vengono usate, quali barriere anti-torbidità sono state installate e, soprattutto, quali risultati sta dando il monitoraggio degli inquinanti eseguito durante i lavori. Se dovessero emergere condizioni di pericolo, l’azienda sanitaria pretende provvedimenti urgenti a tutela della salute pubblica.
Il timore ha un nome preciso. Nei fondali di Bagnoli, cuore dell’ex area siderurgica, si sono accumulati per decenni idrocarburi, metalli pesanti, Ipa e Pcb. Movimentare quei sedimenti significa rischiare di rimetterli in circolo. E c’è un secondo fronte: secondo Esposito, il subcommissario Attilio Auricchio avrebbe riferito che il materiale dragato viene messo ad essiccare all’aria aperta, senza coperture, alimentando la paura di polveri tossiche disperse nell’aria.
Dall’area tecnica del commissariato di governo respingono ogni accusa: “Le attività seguono le procedure, non ci sono difformità rispetto al progetto. Il dragaggio è controllato con sistemi di monitoraggio della torbidità e barriere contro le fuoriuscite. Nessun allarme, nessuno sforamento. In caso di superamenti i lavori verrebbero fermati”.
Ma i comitati non si accontentano. Contestano un controllo tutto concentrato sulla torbidità dell’acqua, giudicata un parametro troppo elementare per misurare il reale rilascio di veleni. Un nodo già sollevato nell’autunno 2025 dall’Ispra, che aveva chiesto analisi più approfondite sui contaminanti nel particellato.
E resta il capitolo trasparenza: le analisi con cui si classifica la pericolosità dei sedimenti non risultano pubblicate sul portale dell’Arpac, che pure esegue verifiche indipendenti a campione su aria e acque marino-costiere. Lo stesso Esposito mette il dito nella piaga: chiedere i dati agli stessi soggetti che eseguono i lavori significa “confondere il ruolo del controllore con quello del controllato“.
La palla passa ora al governo e ai vertici della sanità regionale, chiamati a rispondere prima che sul mare della Coppa America cali l’ombra dell’inquinamento.