Dopo la sentenza di Arezzo, FamKare richiama l’attenzione sul peso dell’assistenza familiare: “Chi si prende cura di chi cura?”.
Arezzo – La recente sentenza del Tribunale, che ha assolto una donna imputata per la morte della madre affetta da Alzheimer riconoscendo un grave stato di compromissione psicologica al momento dei fatti, riporta al centro del dibattito il tema del sostegno ai caregiver familiari. Al di là della vicenda giudiziaria, il caso pone una domanda che coinvolge milioni di famiglie italiane: chi si prende cura di chi cura?.
Secondo FamKare, ecosistema di servizi specializzato nell’assistenza agli anziani e nel supporto ai caregiver, il familiare che assiste una persona non autosufficiente rappresenta spesso il “secondo soggetto fragile invisibile”. Non perché sia malato, ma perché si trova a gestire quotidianamente responsabilità organizzative, assistenziali ed emotive senza un adeguato orientamento o una rete di supporto.
Quando si affronta la non autosufficienza, l’attenzione si concentra quasi esclusivamente sulla persona assistita, mentre resta spesso in secondo piano la condizione di chi dedica tempo, energie e risorse alla cura di un familiare. Un carico che, se protratto nel tempo senza sostegni adeguati, può avere importanti ripercussioni sul benessere psicologico e fisico del caregiver.
A confermarlo sono anche i dati del Rapporto CNEL 2026, secondo cui in Italia sono quasi 8 milioni i caregiver familiari. L’88,3% dichiara di vivere un forte stress emotivo e psicologico, l’87,6% segnala conseguenze sulla propria salute fisica e quasi sette caregiver su dieci definiscono il proprio carico assistenziale come severo. Numeri che evidenziano come la qualità dell’assistenza dipenda anche dalla tutela di chi la presta ogni giorno.
Alle statistiche si affiancano le esperienze dirette raccolte da FamKare. Laura, caregiver del marito affetto da SLA, racconta di trascorrere ore nel tentativo di capire quali servizi contattare, quali documenti predisporre e come accedere ai percorsi di assistenza. «La parte più difficile – spiega – è non sapere se sto facendo la cosa giusta», una testimonianza che mette in luce come il peso maggiore derivi spesso dall’incertezza e dalla mancanza di punti di riferimento.
«Non spetta a noi commentare una vicenda giudiziaria – afferma Chiara Bianconi, fondatrice di FamKare –. Quello che possiamo osservare, dopo oltre dieci anni accanto alle famiglie, è che le richieste di aiuto arrivano quando le persone sono già stremate. Spesso non conoscono gli strumenti, i servizi e i percorsi che potrebbero sostenerle molto prima. È proprio sulla prevenzione che dobbiamo investire come Paese».
Secondo l’azienda, il primo bisogno delle famiglie non è soltanto un servizio assistenziale, ma un sistema di orientamento capace di accompagnarle fin dalle prime fasi della presa in carico. Per questo FamKare invita istituzioni, servizi territoriali, professionisti sanitari, imprese e Terzo Settore a rafforzare gli strumenti di informazione, sostegno e prevenzione del burnout, riconoscendo che la non autosufficienza coinvolge sempre almeno due persone: chi riceve assistenza e chi, ogni giorno, la rende possibile.