La sanità non riesce ad assicurare ai cittadini il diritto alle cure. E stiamo andando sempre peggio con milioni di assistiti “sulla carta” destinati a soccombere.
Curarsi è diventato un lusso. Sono diventate consuete, oramai, le ricerche da cui emerge la difficoltà di effettuare le terapie da parte di molti cittadini italiani. L’ultimo report in ordine di tempo, presentato l’11 giugno alla Camera dei Deputati, è stato diffuso da Medici nel Mondo, un’organizzazione medico-umanitaria internazionale per difendere un sistema sanitario equo e universale.
La sanità è il settore dove si rappresentano, significativamente, le disuguaglianze presenti sul territorio nazionale. Poiché il “piatto piange” quasi 6 milioni di persone, annualmente, sono costretti a rinunciare a qualche visita medica. Non si tratta di una novità ma il rapporto evidenzia come il diritto alla salute, sancito dalla Costituzione, sia costantemente violato.
Non è più garantito per tutti ma dipende dal portafoglio, dalla zona geografica e dall’abilità di districarsi nelle maglie della burocrazia. Il fenomeno non si è palesato all’improvviso ma è la parte finale di un lungo film i cui protagonisti sono stati i tagli continui alla spesa, le riforme annunciate ma mai attuate e l’avanzata del privato convenzionato.
Infatti mentre la spesa sanitaria pubblica calava i gruppi privati hanno visto rimpinguati i loro portafogli di 12 miliardi di euro di ricavi. Le solite storture all’italiana: non si finanzia la sanità pubblica ma si paga quella privata con soldi che potrebbero essere investiti nella prima. Questa peculiarità è particolarmente presente nel Sud del Paese, dove non tutti i pazienti ammalati di tumore, ad esempio, vengono curati in tempo e di accedere ai farmaci di ultima generazione.
Basta dare uno sguardo ai vari screening organizzati dalle Aziende Sanitarie e ci si rende conto del forte divario percentuale tra Nord e Sud con un divario di oltre il 20%. Il problema non è la scarsa sensibilizzazione della popolazione ma la disorganizzazione del sistema, con grave carenza di personale, spostamenti continui di visite e tempi di attesa alle calende greche. Queste defaillance sono palesi nel numero di morti.
Al Sud la mortalità per tumore è di 8,4 individui per 10 mila abitanti, nel resto del Paese del 7,3. Ci si dimentica spesso, purtroppo, che dietro i numeri ci sono persone in carne e ossa, con desideri, sogni, aspettative. Inoltre non tutti i farmaci disponibili appartengono alla classe A, ossia essenziali e salvavita, il cui costo è interamente a carico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e sono quindi gratuiti per il cittadino, salvo il pagamento di un eventuale ticket regionale.

Ce ne sono altri che bisogna pagare di tasca propria anche centinaia di euro. Una forte discriminazione, che annulla di fatto il concetto universalistico del servizio sanitario. Un’altra forte criticità è rappresentata dai controlli da effettuare periodicamente. Molte regioni hanno centralizzato il sistema di prenotazioni che sta producendo solo allungamento dei tempi di attesa, col rischio di saltare l’esame diagnostico, a meno che non si mette mano alla tasca.
Una vera beffa oltre che un danno, visto che molti pazienti hanno l’esenzione per patologia. Un modo per sconfessare la stessa medicina che considera il tempo decisivo per la cura. Poi ci sono quei pazienti che scompaiono prima della diagnosi, i malati mentali, i migranti, i detenuti. Sono pazienti invisibili che riappaiono quando è troppo tardi, quando compiono l’ultimo viaggio.
Sarà retorico e banale ma non si riesce a comprendere perché le risorse per la difesa si trovano e quelle per la sanità no. Non è un problema economico, perché le risorse finanziarie ci sono ma di scelte politiche. E quelle fatte fino ad adesso sono svantaggiose per tanti cittadini.
Non sarebbe ora di cambiare rotta?