“Chiedo scusa, pagherò”, ha detto l’ex durante il processo per la 14enne massacrata a sassate. La replica: “Dio perdona, io no”.
Afragola – C’è un dolore che nessuna aula di tribunale può contenere, e mercoledì è esploso tutto insieme nella stanza 116 della Corte di Assise di Napoli. Quando sui monitor sono comparse le foto di sua figlia esanime, con la testa segnata dai colpi di pietra, Enza Cossentino non ha retto. Ha sbattuto i pugni sulla scrivania, ha urlato “bastardo” due volte, poi è stata accompagnata fuori e soccorsa. È il momento più straziante del processo per il femminicidio di Martina Carbonaro, la ragazzina di appena 14 anni uccisa a sassate dall’ex fidanzato, Alessio Tucci, nel maggio 2025 ad Afragola.
A deporre, in un’udienza che resterà la più drammatica dell’intero procedimento, sono stati i consulenti della Procura e della polizia giudiziaria. Tra loro il medico legale che ha eseguito l’autopsia, chiamato a spiegare nei minimi particolari come si è spezzata la vita di un’adolescente. Sui due schermi scorrevano le immagini ricostruite al computer della dinamica dell’omicidio e le foto, raccapriccianti, della giovane senza vita tra le macerie del cantiere abbandonato dell’ex stadio Moccia.
L’udienza si era aperta con le parole dell’imputato, in videocollegamento. Tucci, oggi 20 anni, ha chiesto scusa in lacrime: “Chiedo scusa alla famiglia, ma non chiedo perdono, perché non perdono me stesso. Le volevo tantissimo bene, sono consapevole e pagherò fino all’ultimo, ma non ho capito cosa sia successo”. La madre di Martina lo ha fissato sul monitor senza credergli. Fuori dall’aula, ai cronisti, ha scandito: “Dio può perdonare, io no. Non ci riesco. L’ho guardato negli occhi, lui rideva mentre pronunciava quelle frasi”. E ancora: “L’ergastolo lo abbiamo noi. Mia figlia è dentro una lapide, lui può mettere i piedi a terra ogni mattina”.

La ricostruzione del medico legale, la dottoressa Raffaella Salvarezza, ha restituito l’orrore di quegli istanti. Quattro i colpi inferti con due diverse pietre di cemento, forse raccolte sul posto. Tre nel corridoio di quella che era stata l’abitazione del custode dello stadio, il quarto – il più profondo – nella stanza dove Martina è stata poi ritrovata sotto un cumulo di scarti edili. Era ancora viva quando l’assassino l’ha nascosta lì sotto. Nessun colpo, da solo, sarebbe stato fatale: a ucciderla è stata la combinazione di tutte le ferite. La morte è arrivata entro un’ora dall’aggressione. Sul corpo, anche lesioni ed ecchimosi che raccontano un disperato tentativo di difesa.
Ancora più dura la testimonianza dei due consulenti della polizia giudiziaria, che hanno ricostruito la scena con una sequenza video a tratti inguardabile. Secondo la loro perizia, Tucci ha agito “con estrema lucidità“: dopo i primi tre colpi ha preso in braccio la ragazza, l’ha portata nell’altra stanza, ha inferto l’ultimo colpo e l’ha abbandonata mentre ancora respirava, cercando poi di cancellare le tracce di sangue. Una sequenza cruenta, interrotta solo dal grido di una madre che ancora una volta ha rivolto tutto il suo sdegno all’uomo che le ha strappato la figlia.