Data Center, che iattura

Chi vive in prossimità di queste strutture è costretto a subire rumori assordanti e costanti generati dai motori diesel di backup per le emergenze, altamente inquinanti.

Una notizia confortante è giunta dall’altra parte dell’oceano, per la precisione la contea di Los Angeles in California, USA. La protagonista è stata la cittadina di Monterey Park, il cui motto è “orgoglio nel passato, fede nel futuro”. La fede nel futuro è stata tanta che grazie alla perseveranza della comunità locale, è stata proibita la costruzione degli ormai famosi data center.

Si tratta, com’è noto, di luoghi fisici in cui sono conservati computer e relative apparecchiature hardware. L’area edificata contiene l’infrastruttura informatica richiesta dai sistemi di Information Technology (IT), come server, unità di archiviazione di dati e apparecchiature di rete. È la struttura che memorizza i dati digitali di qualsiasi azienda. La popolazione dell’amena cittadina è stata chiamata alle urne per vietare che sorgano nuovi siti di questo genere..

Ebbene la volontà popolare è stata chiara: ben l’86% dei votanti non li vuole. Il tutto è nato da un progetto presentato da un fondo d’investimento per una struttura di circa 23 mila metri quadrati. Ormai è risaputo che queste infrastrutture producono effetti ambientali e sociali di una certa rilevanza.

Innanzitutto un massiccio consumo di energia elettrica, di risorse idriche per il raffreddamento, un elevato consumo di suolo e emissioni inquinanti. Oltre a questi importanti aspetti la causa scatenante della protesta della cittadinanza è stata la paura dell’aumento delle bollette di energia e dell’acqua, dovuto all’eccessivo consumo che fanno queste mastodontiche strutture.

La scelta degli elettori è stata perentoria e sarà valida fino ad un prossimo eventuale referendum che confermerà l’esito o annullerà la scelta. Ultimamente negli USA sono state effettuate diverse inchieste giornalistiche che hanno raccontato come queste gigantesche costruzioni incidono negativamente sulla vita degli abitanti del luogo.

Chi vive in prossimità è costretto a subire rumori assordanti e costanti dei generatori diesel di backup per le emergenze, i quali generano emissioni inquinanti. Inoltre il continuo, stressante suono degli enormi impianti di ventilazione, funzionanti h24. Il massiccio consumo di acqua rischia di esaurire le falde idriche della zona. Sono aree in cui i pozzi privati hanno sempre rappresentato un’importante mezzo di sussistenza.

Sono strutture ad altissimo assorbimento elettrico

In molte località l’acqua ha cambiato colore diventando marrone, con la presenza di detriti, terriccio e sabbia. Un’acqua così, ovviamente, non si può consumare ed è una privazione significativa per molte famiglie. Non esiste nemmeno la giustificazione dell’occupazione, come è capitato nel nostro Paese con lIlva di Taranto in cui il lavoro è stato barattato con la salute.

Uno dei più gravi disastri socio-ambientali d’Europa. Le emissioni di diossine, polveri sottili (PM10) e metalli pesanti hanno causato un’emergenza sanitaria gravissima, modificando profondamente l’economia e il tessuto sociale del territorio pugliese.

O con la storica fabbrica Eternit di Casale Monferrato, con un disastro sanitario e ambientale senza precedenti, causando migliaia di morti per mesotelioma (un tumore incurabile causato dall’inalazione delle fibre di amianto) non solo tra gli operai, ma anche tra i cittadini che respiravano la medesima aria.

Nel caso dei data center, una volta avviati, richiedono personale altamente specializzato, offrendo un numero relativamente basso di posti di lavoro diretti per le comunità ospitanti. “Vade retro”, data center!