Permesso di soggiorno a punti, la Lega torna alla carica

La proposta è stata presentata come emendamento al decreto giustizia e migrazione al Senato.

Conoscenza dell’italiano, studio della Costituzione, formazione civica: sono questi gli “obiettivi di integrazione” che la Lega vuole trasformare in crediti da accumulare, pena la perdita del permesso di soggiorno o, nei casi più gravi, l’espulsione. Il partito di Matteo Salvini rilancia così un’idea già circolata nei mesi scorsi e tornata d’attualità dopo i fatti di cronaca avvenuti a Modena lo scorso maggio, presentandola ora sotto forma di emendamento al decreto legge su giustizia e migrazione, all’esame delle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia del Senato.

Il meccanismo prevede che ogni straniero sopra i 14 anni sottoscriva, al momento della richiesta del permesso, un “Accordo di integrazione” strutturato per crediti, oltre a impegnarsi a rispettare la Carta dei valori della cittadinanza. L’accordo avrebbe la stessa durata del permesso di soggiorno e imporrebbe di raggiungere entro tre mesi la partecipazione a corsi di formazione civica e linguistica, propedeutici all’acquisizione dei crediti richiesti.

Il testo della Lega prevede controlli annuali in prefettura, dove lo straniero dovrà presentare la documentazione che attesta i progressi compiuti e la partecipazione ai corsi. Sulla base di questi crediti si deciderebbe il destino del permesso: chi non raggiunge la soglia fissata rischia il mancato rinnovo, l’impossibilità di ottenere la cittadinanza italiana anche una volta maturati i requisiti di legge, e nei casi più estremi la revoca del titolo di soggiorno con conseguente espulsione disposta dal questore. Un decreto del Ministero dell’Interno, da emanare entro 60 giorni dall’eventuale approvazione, dovrebbe stabilire nel dettaglio soglie di crediti e obiettivi, differenziati in base al tipo e alla durata del permesso.

La proposta dovrà ora passare al vaglio delle commissioni di Palazzo Madama, dove le probabilità che venga respinta appaiono alte. A pesare sono soprattutto le criticità già segnalate rispetto al diritto internazionale, in particolare il principio di non-refoulement, che vieta di respingere una persona verso Paesi dove la sua vita, la sua libertà o la sua incolumità sarebbero a rischio.