Trovato morto in cella: doveva raccontare ai Pm le botte durante l’arresto

Dennis Antonio Rodriguez Matute aveva denunciato di aver subito violenze dai poliziotti. Disposta l’autopsia.

Prato – C’è un appuntamento con la giustizia che Dennis Antonio Rodriguez Matute non ha fatto in tempo a onorare. Doveva sedersi davanti al pubblico ministero e raccontare, parola per parola, le presunte violenze subite durante il suo arresto. Ma all’alba di mercoledì i suoi due compagni di cella lo hanno trovato disteso sul letto, ormai privo di sensi, nel carcere della Dogaia. Aveva 26 anni, era honduregno, figlio di due badanti che vivono a Prato da oltre 15 anni. Quando sono arrivati i sanitari del 118, per lui non c’era già più nulla da fare.

La morte del giovane apre un caso che pesa come un macigno. Rodriguez Matute avrebbe dovuto essere ascoltato proprio in quelle ore dalla Procura, dopo aver presentato una denuncia per le botte che diceva di aver ricevuto dalle forze dell’ordine al momento del fermo, avvenuto a metà maggio. All’ingresso in carcere gli era stata riscontrata una frattura alla mandibola: una lesione che il ragazzo ai medici aveva detto essere dovuta ai colpi subiti durante l’arresto. L’audizione che avrebbe potuto chiarire tutto non si è mai svolta.

La procura di Prato, guidata dal procuratore Luca Tescaroli, ha aperto un fascicolo ipotizzando il reato di “morte come conseguenza di altro delitto” (articolo 586 del codice penale) e ha disposto l’autopsia, fissata per sabato e affidata al medico legale Luciana Sonnellini, che avrà novanta giorni per rispondere ai quesiti. Sul corpo, al momento, non sono stati riscontrati segni di violenza. Il primo referto parla di un presumibile arresto cardiaco avvenuto durante il sonno, ma gli investigatori vogliono verificare anche l’eventuale assunzione di sostanze nelle ore precedenti al decesso.

A gettare una luce inquietante sulle ultime ore del ragazzo è l’avvocato Simone Valenti, che ne aveva assunto la difesa soltanto pochi giorni prima e lo aveva incontrato martedì pomeriggio, alla vigilia dell’interrogatorio. “Mi è sembrato lucido e tranquillo. Mi ha detto che quella stessa mattina aveva avuto un malore ed era svenuto, ma che poi si sentiva bene. Ha escluso di aver mai assunto droga in carcere”, ha raccontato il legale. Poi un dettaglio rimasto sospeso: il giovane gli aveva parlato di un “grumo di sangue in testa”, riferendosi però – secondo il difensore – a qualcosa di pregresso.

Rodriguez Matute era finito in cella dopo l’aggressione della notte tra l’11 e il 12 maggio in piazza Mercatale, nel cuore di Prato. Insieme a un 16enne italiano era accusato del tentato omicidio del cameriere Iacopo Cerbai, colpito al cuore mentre difendeva una collega da un tentativo di rapina e salvato da un intervento chirurgico d’urgenza all’ospedale Santo Stefano. Stando alle immagini della videosorveglianza, però, non era stato lui a impugnare il coltello: il fendente sarebbe stato sferrato dal minorenne. Il Tribunale del Riesame aveva confermato la custodia cautelare il 15 maggio per concorso in tentato omicidio e rapina.

Il caso riaccende i riflettori sul carcere della Dogaia, da tempo al centro di indagini per l’ingresso di droga e telefonini: dal 31 marzo sono stati sequestrati 24 cellulari, 825 grammi di hashish e 91 di cocaina. E riapre lo scontro politico, con il vicesindaco di Prato Diego Blasi che punta il dito contro il governo: “Che fine ha fatto lo Stato? Il carcere pratese è al collasso”. Ora la parola passa ai medici legali, chiamati a sciogliere il nodo di una morte avvenuta a un passo da quel colloquio che avrebbe dovuto fare chiarezza.