“Mio figlio era pazzo, chiedeva continuamente soldi. Mia moglie mi picchiava, voleva andare via e lasciarmi da solo col problema”, ha dichiarato nell’interrogatorio.
Lucca – Un colpo di fucile per la moglie, uno per il figlio. Poi fuori, a sedersi sul muretto di casa ad aspettare i carabinieri. “Mi sono liberato di loro”, avrebbe detto Piero Moriconi, muratore di 63 anni, ai parenti e ai vicini accorsi dopo aver sentito gli spari. Una frase che gela il sangue, pronunciata con la calma di chi si è appena tolto un peso e non una colpa. Nel primo pomeriggio di mercoledì 24 giugno, nella frazione di Pieve di Camaiore, sulle colline della Versilia, l’uomo ha cancellato in pochi secondi due vite: quella della moglie Kety Andreoni, 52 anni, e quella del figlio Mirko, 24 anni. L’allarme è scattato intorno alle 14.30, quando un familiare ha chiamato il 118 dopo aver sentito gli spari.
Nell’interrogatorio di giovedì davanti alla Pm Elena Leone, Moriconi ha cercato di costruire una versione difensiva. “Mirko era pazzo, chiedeva continuamente soldi. Era ingestibile”, ha messo a verbale. “Mia moglie mi picchiava, voleva andare via e lasciarmi da solo col problema. Ho preso il fucile da caccia e ho sparato a tutti e due”. L’uomo – difeso dall’avvocato d’ufficio Giacomo Fabbri, che lo descrive come “prostrato” – si trova nel carcere di Lucca con l’accusa di duplice omicidio volontario aggravato dal vincolo di parentela. Oggi, 26 giugno, si tiene l’udienza di convalida del fermo.
La versione dell’indagato stride con ciò che Mirko affidava ai social, dove si firmava Michelangelo Andreoni – il cognome della madre, a segnare una distanza già incolmabile dal padre. Il 12 ottobre 2022, su Facebook, il ragazzo aveva scritto una frase che oggi suona come una sentenza: “Ragazzi, è brutto pensare che un padre ti preferisca morto che gay“. Alla pm, Moriconi ha ammesso di essere stato “preoccupato” per l’omosessualità del figlio. Agli amici più stretti Mirko aveva confidato di voler cambiare sesso e si era rivolto al consultorio transgender di Torre del Lago. L’avvocato Fabbri ha escluso che l’orientamento sessuale fosse il movente, parlando di “una situazione familiare insostenibile da anni”.
Kety lavorava in una Rsa della zona ed era stimata da colleghi e pazienti. Si era sempre schierata dalla parte del figlio, difendendolo negli scontri con il marito. Mirko faceva il cameriere al Carpe Diem, in Darsena a Viareggio, e coltivava una passione bruciante per il canto: pubblicava video sui social e aveva partecipato a concorsi canori regionali. La cantante Noemi gli ha dedicato un pensiero pubblico: “Cantavi le mie canzoni. Dolore immane”. Un amico ha raccontato che sul braccio destro Mirko portava tatuato il nome del padre: il marchio indelebile di un amore che non è mai stato ricambiato.

Il sindaco Marcello Pierucci ha proclamato il lutto cittadino. “Viviamo in una società dove si chiudono porte e finestre quando si sentono grida dall’esterno, anziché uscire per dare una mano”, ha dichiarato. È intervenuto anche l’arcivescovo Paolo Giulietti: “La vita è sempre inviolabile. Non esistono scelte o condizioni che possano giustificare un omicidio”. Per stasera, alle 21, è prevista una fiaccolata da piazza Romboni fino alla casa dove si è consumata la tragedia: l’iniziativa è stata organizzata dai colleghi di Kety.