L’evasione è ancora cospicua ma minore degli anni scorsi. Vuoi per il “concordato fiscale”, vuoi per maggiore consapevolezza: paghiamo tutti per pagare meno?
Il “popolo delle Partite IVA” rappresenta una componente essenziale dell’economia e del mercato del lavoro nazionali. Si tratta di liberi professionisti, consulenti digitali, piccoli artigiani, freelance del settore creativo. Un mondo vasto ed eterogeneo. Tuttavia, nonostante il suo peso economico e sociale, resta una categoria frammentata, spesso ignorata dalle politiche strutturali.
“Aprire una Partita Iva”, come si dice in gergo, si riferisce all’apertura di un codice numerico di 11 cifre che identifica un’attività autonoma o professionale ai fini fiscali. Dal punto di vista fiscale, spesso, si sceglie il Regime Forfettario, che permette di avere un’aliquota d’imposta sostitutiva agevolata del 5% per i primi 5 anni (poi 15%) per le nuove attività. Ora questa categoria è stata tacciata di evadere le tasse.
Senza voler fare di tutta un’erba un fascio, i dati ufficiali del “Dipartimento delle Finanze” mostrano un forte divario tra chi è ligio ai suoi doveri fiscali e chi è a rischio evasione. Lo Stato, al riguardo, assegna una valutazione numerica con le pagelle fiscali, gli Indici Sintetici di Affidabilità (ISA). Ebbene il 53% delle Partite Iva presenta un rischio evasione, in quanto non raggiunge il voto minimo di affidabilità, quel famoso 8.
Le categorie a rischio più alto, ossia con voto ISA inferiore ad 8 sono: Ristorazione e Discoteche; Lavanderie e Tintorie; Noleggio auto e Commercio; Tassisti. Mentre le categorie più “leali” sono: Medici e Studi medici; Commercialisti; Consulenti del lavoro; Notai. Nel corso degli anni i vari governi succedutisi hanno tentato di combattere l’evasione fiscale o, quanto meno, mitigarla con una serie di strumenti.
Tra questi il concordato fiscale, introdotto nel nostro ordinamento nel 2024. Si tratta di un accordo volontario tra l’Agenzia delle Entrate e i titolari di Partita Iva, che permette di fissare in anticipo il reddito imponibile su cui calcolare le imposte per 1 o 2 anni, indipendentemente dai guadagni effettivi. I vantaggi consistono nel bloccare le imposte.

Se si guadagna più di quello concordato, non si pagano tasse sull’eccedenza. Inoltre si è esonerati da accertamenti e tutelati dai controlli fiscali ordinari. Tuttavia se l’attività rende meno di quanto stabilito, le imposte pattuite vanno, comunque, pagate. Questo strumento qualche lieve miglioramento l’ha prodotto, ma si è ancora lontani da una vera lotta all’evasione fiscale, che continua ad essere una battaglia improba.
I dati del Dipartimento delle Finanze, relativi al 2024, ci dicono che c’è stata una crescita del PIL in termini nominale del 2,8%. Inoltre è cresciuto del 2,2% il numero di Partite Iva che hanno un ISA superiore ad 8. L’aspetto più esaltato dalla narrazione governativa sono stati i 200 mila passati nella zona di affidabilità fiscale, utilizzando il concordato fiscale. Questo fatto positivo, tuttavia, non compensa la realtà delle Partite Iva potenzialmente inaffidabili che sono il 53,3%.
Non tutti gli appartenenti a questa categoria hanno dichiarato meno ricavi, ma il loro comportamento può essere frutto di congiunture territoriali particolari. Anche in questo settore, e non poteva essere diversamente, è emerso il forte divario territoriale. Nel Nord Ovest il reddito è cresciuto del 9,1%, al Sud del 7% e nelle isole del 5,4.
Al di là delle lievi migliorie registrate gli italiani, quando si parla di tasse, manifestano sempre una profonda allergia…