L’iniziativa è lodevole e potrebbe anche servire per vari motivi ma, come al solito, nessuno ha sentito il parere del personale docente e non. I famosi conti senza l’oste…
Con la fine dell’anno scolastico come sarà gestita la pausa estiva degli studenti? Il caldo quasi estivo di giugno annuncia anche la fine delle fatiche dietro i banchi, foriero delle tante agognate vacanze per molti studenti. Per oltre due mesi godrà del meritato riposo anche quel fastidioso trillo squillante della campanella che con cadenza puntuale sancisce lo scorrere delle ore a scuola.
Ma, come sanno le famiglie in cui ci sono ragazzi in età scolare, il momento più delicato sono le ultime settimane antecedenti all’inizio del nuovo anno scolastico. Un problema non di poco conto con genitori lavoratori, che diventano equilibristi per trovare la quadra tra centri estivi che spesso costano un occhio della testa e i nonni, per chi ha la fortuna di averli.
Qualche segnale incoraggiante arriva a livello locale. La Regione Emilia-Romagna dimostra ancora una volta di essere all’avanguardia per le politiche sociali. Ha deciso, infatti, di anticipare l’apertura per le scuole primarie al 31 agosto. Saranno organizzati percorsi extrascolastici per bambini dai 6 agli 11 anni. I Comuni interessati saranno 42, compresi i capoluoghi di provincia e zone montane e interne.
Non riguarderà l’anno scolastico che seguirà il suo calendario ma attività da parte di educatori professionali con laboratori, aiuto per le verifiche scolastiche, pratiche ludiche e pedagogiche.
Gli amministratori regionali sono convinti che dal 2027 il progetto da sperimentale si tradurrà in effettivo. Nel dibattito pubblico è da tempo che si discute di aprire la scuola durante l’estate. E’ stato approvato, infatti, il Piano Estate 2026, il cui costo è di 300 milioni di euro, un’iniziativa promossa dal Ministero dell’Istruzione e del Merito che permette alle scuole di rimanere aperte durante il periodo estivo e nei pomeriggi.
L’obiettivo è offrire agli studenti attività ricreative ed educative gratuite, contrastare la dispersione scolastica e favorire l’inclusione sociale. Possono aderire studenti del primo e secondo ciclo d’istruzione, inclusi i CPIA (Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti, scuole pubbliche statali italiane dedicate agli adulti e ai giovani dai 16 anni in su che non hanno completato gli studi o che desiderano acquisire nuove competenze) e gli alunni con bisogni educativi speciali.

Il problema è che i docenti dovranno impegnarsi gratuitamente e, come si sa, senza soldi non si cantano messe. Questo potrebbe rappresentare un grosso ostacolo, sarebbe bastato un rimborso per sistemare la faccenda. Ma si sa gli insegnanti vengono sempre per ultimi, in questi casi. Sull’argomento si è scatenato un dibattito molto divisivo, come spesso capita nel Belpaese. Le famiglie necessitano di una scuola che segua il passo del mondo del lavoro, i docenti ritengono che la criticità non è risolvibile allungando il brodo, ossia il tempo di apertura delle scuole. E per di più “aggratis“.
Nel Paesi del Nord-Europa o in Irlanda, ad esempio, la chiusura delle scuole è distribuita tra autunno, inverno e primavera con settimane di fermo. I giorni di scuola nel complesso sono come quelli in Italia (circa 175-200 giorni) e le pause sono concentrate nel periodo natalizio, pasquale e in estate (da metà giugno a metà settembre).
Comunque l’iniziativa del Ministero è lodevole, solo che non deve restare sulla carta. Nel senso che bisogna tener conto anche della disponibilità e delle esigenze del corpo docente e degli altri dipendenti, condizione degli edifici, quasi decrepiti, coi calcinacci che cadono e i condizionatori non funzionanti. E’ plausibile un 31 agosto, 40° all’ombra, fare attività educativa in una scuola così?