Sebbene sia spesso percepita negativamente come sinonimo di apatia o seccatura il tedio è, invece, un campanello d’allarme del nostro cervello.
Viva la noia. Quando si manifesta insoddisfazione, irrequietezza si è soliti dire di essere annoiati. E’ una fastidiosa percezione durante la quale si ritiene che la mente sia a riposo, con assenza di stimoli, interessi, e la quotidianità viene vissuta come una continua routine. La psicologia definisce la noia come una sorta di frustrazione e di aspettative non realizzate. In una società in cui l’unico valore supremo è la produttività si è terrorizzati dagli spazi vuoti, per cui si cerca, in qualche modo, di riempirli.
Sebbene sia spesso percepita negativamente come sinonimo di apatia, tedio o seccatura, la noia è, invece, un campanello d’allarme del nostro cervello. Segnala il bisogno di cercare nuove motivazioni, stimolando la creatività, l’autoriflessione e il cambiamento. E’ proprio in questa fase, infatti, che i pensieri divagano nello spazio infinito alla ricerca di nuovi orizzonti. Si palesano i cosiddetti “punti morti”, quei momenti di stallo, d’impasse in cui si ha netta sensazione di non sapere dove andare a parare.
Ed invece in questo territorio sconosciuto, avulso dagli stimoli, i pensieri hanno modo di esprimersi liberamente senza costrizioni di sorta. Siccome non ci facciamo mancare nulla le neuroscienze hanno definito questo stadio “rete della modalità predefinita”, un circuito di aree cerebrali che si attiva quando il cervello è a riposo o non è impegnato in compiti specifici.
È associato all’introspezione, all’elaborazione dei ricordi e alla riflessione. L’aspetto controproducente è che non viene lasciato tempo per avventurarsi in questo spazio. Se lo si fa si viene redarguiti o, peggio, puniti, perché abbiamo interiorizzato che non bisogna avere pause. Inoltre si rischia che il momento di noia sul lavoro possa trasformarsi in privo di significato da far sprofondare il soggetto vittima di questo meccanismo nel baratro.
Gli stessi atti reiterati all’infinito annullano la partecipazione emotiva, creando insoddisfazione professionale. La psicologia ha definito questa situazione “boreout” (sindrome da esaurimento da noia), una condizione psicologica di forte stress legata alla totale mancanza di stimoli, sfide o compiti significativi sul posto di lavoro.

Contrariamente al burnout (sovraccarico ed esaurimento per superlavoro), deriva dal sotto-coinvolgimento cronico. Come spesso accade è la quantità giornaliera di noia che si assume ad essere significativa. Se lo si fa in eccesso, essa diventa un pericolo. A piccole quantità può essere terapeutica. Insomma poiché non si può cancellarla in quanto è lì con noi, ronza nell’aria e quando può ci assale, l’unica possibilità per evitare la sopraffazione è la capacità di regolarla.
Più facile a dirlo che praticarlo ma un tentativo va fatto. Se è tanta fa male, così quanto è poca. Ad esempio chi svolge mansioni sempre uguali a sé stesse ogni santo giorno di lavoro, è più soggetto ad essere stressato. Coloro che, al contrario, utilizzano le tecnologie informatiche subiscono sollecitazioni in eccesso col rischio di andare “fuori giro”.
Gli esperti del settore sono del parere che per evitare i due estremi esiste la giusta terapia, ossia “il vagabondaggio mentale”, la tendenza della mente a vagare verso lidi lontani. Un meccanismo di difesa che scatta quando la monotonia dei gesti regna sovrana.
Altrimenti si resta fagocitati da un processo perverso il cui esito è l’annichilimento della persona. Meglio, molto meglio, lasciare andare a zonzo i pensieri.