I finanzieri hanno svolto un’articolata attività investigativa in materia di reati fallimentari, autoriciclaggio e reati tributari.
Bergamo – I militari del Comando Provinciale – coordinati dalla locale Procura della Repubblica – hanno svolto un’articolata attività investigativa in materia di reati fallimentari, autoriciclaggio e reati tributari.
L’indagine, avviata a seguito della querela presentata dal legale rappresentante di una società creditrice del fallimento di un’impresa in liquidazione e condotta dai militari del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Bergamo, ha portato all’emissione di un Decreto di Sequestro Preventivo impeditivo, avente ad oggetto tutti i marchi industriali riconducibili alla società fallita.
Marchi depositati in Italia, nell’Unione Europea, in Oman, Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Australia e Cina, per un valore complessivo di circa 200mila euro e risultati distratti dal patrimonio societario in danno dei creditori. Contestualmente, è stato inoltre disposto il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di oltre 230mila euro, ritenuti provento di evasione fiscale.
In particolare, le indagini hanno consentito di accertare che, pochi mesi prima del fallimento, i marchi industriali della società sarebbero stati ceduti ad un valore notevolmente inferiore a quello reale, a favore di un’impresa formalmente amministrata da terzi, ma, di fatto, riconducibile allo stesso liquidatore.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre permesso di ricostruire ulteriori operazioni finalizzate a sottrarre cespiti alla massa fallimentare e, dunque, ai legittimi creditori. Infatti, è stato appurato che il liquidatore della società in dissesto avrebbe volontariamente sottratto dal patrimonio societario somme per circa 240mila euro, attraverso la svalutazione e successiva cessione di partecipazioni detenute in una società con sede negli Emirati Arabi Uniti.
A Dubai, inoltre, è stato accertato dai finanzieri come l’indagato avesse compiuto operazioni finalizzate a mantenere il controllo degli asset formalmente alienati, configurando così il delitto di autoriciclaggio. L’iniziale esame dei documenti e delle evidenze raccolte ha dunque portato le Fiamme Gialle ad estendere gli approfondimenti verso un’ulteriore operazione transnazionale, ritenuta sospetta sotto il profilo fiscale. Infatti, l’indagato, tramite una società estera, avrebbe ceduto partecipazioni societarie per un importo pari a 630mila euro.
Sebbene la cessione risultasse formalmente effettuata dalla società estera, il relativo corrispettivo sarebbe stato accreditato direttamente su un conto personale del soggetto, presso una banca di Dubai, circostanza che avrebbe comportato la qualificazione dello stesso quale titolare effettivo delle quote e soggetto obbligato alla dichiarazione della relativa plusvalenza.
Gli accertamenti fiscali eseguiti ai sensi degli articoli 67 e 68 del TUIR hanno consentito di determinare una plusvalenza imponibile pari a oltre 550mila euro che, non essendo stata dichiarata, ha comportato un’imposta evasa superiore a 230mila euro, integrando così il reato di dichiarazione infedele. Infatti, per il medesimo anno di imposta, il soggetto aveva dichiarato nel proprio Modello 730/2025 elementi attivi di appena 2mila euro.