Picierno lascia il Pd: “Con il fascismo putiniano non si tratta”

L’eurodeputata approda a Renew Europe e accusa la segreteria Schlein: “Il partito ha rinunciato al riformismo per inseguire il populismo”.

C’è un momento in cui la distanza diventa incolmabile. Per Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, quel momento è arrivato. Con un’intervista al Foglio, l’eurodeputata ha annunciato l’addio al Partito Democratico, chiudendo un percorso politico lungo anni con una frase netta: la casa dei riformisti, dentro quel partito, non esiste più.

La destinazione è il Partito Democratico Europeo e il gruppo Renew Europe a Strasburgo. Una scelta che dice già molto sull’orizzonte culturale che Picierno intende abitare: liberale, atlantista, lontano dalle ambiguità che, a suo giudizio, avrebbero progressivamente colonizzato il Nazareno.

La critica alla segreteria Schlein è articolata ma ha un filo conduttore preciso. Il Pd nato al Lingotto aveva un’ambizione specifica: tenere insieme sensibilità socialiste e istanze liberali in un progetto riformista unitario. Quella sintesi, secondo Picierno, si sarebbe dissolta per gradi, senza che nessun congresso aprisse una discussione vera. Il risultato sarebbe un partito che ha scelto di inseguire il populismo, nelle parole, nei toni, nelle alleanze, anziché misurarsi con la complessità del governare.

Il capitolo più aspro riguarda la guerra in Ucraina. Picierno non ci gira intorno: i silenzi e i distinguo sulla resistenza di Kyiv rappresentano per lei il discrimine politico del momento. Non una questione di sfumature, ma di campo. Su questo terreno, l’eurodeputata porta anche una vicenda personale: vive sotto scorta per le minacce ricevute a causa delle sue posizioni anti-Putin e denuncia di non aver trovato solidarietà dai vertici del partito, più attenti , a suo dire, a non irritare l’alleato pentastellato che a tutelare una propria rappresentante.

Sul futuro, Picierno esclude esplicitamente l’ennesima operazione centrista in formato ridotto. L’obiettivo dichiarato è più ambizioso: ricostruire uno spazio politico capace di intercettare quegli elettori riformisti che negli ultimi anni hanno smesso di votare o si sono dispersi altrove.