Blitz del Ros nei confronti di due uomini residenti a Segrate e Bergamo. Frequentavano il centro islamico di via Valsolda di Milano.
Milano – Una complessa indagine condotta dai carabinieri del Ros e coordinata dalla Procura della Repubblica ha svelato una presunta rete di intimidazione e persecuzione politica attiva in Lombardia. Due cittadini di origine iraniana, fervidi sostenitori della Repubblica Islamica di Teheran, sono stati iscritti nel registro degli indagati e sottoposti a perquisizioni locali con le accuse di minacce aggravate e terrorismo ed eversione dell’ordine democratico. Secondo gli inquirenti, i due avrebbero sistematicamente minacciato di morte i connazionali residenti in Italia che manifestavano posizioni di dissenso contro il regime degli Ayatollah, frequentando al contempo un centro islamico milanese ritenuto una diretta emanazione diplomatica del governo iraniano.
I decreti di perquisizione ed esecuzione dei sequestri hanno colpito due uomini stabilmente radicati sul territorio lombardo: F.J., 35 anni, residente a Segrate (Milano), e R.A.A., 45 anni, residente a Bergamo. Dalle attività di osservazione dei militari è emerso come entrambi frequentassero assiduamente il centro islamico “Imam Ali” situato in via Valsolda, nella zona di Romolo a Milano. La struttura è considerata dagli investigatori un’emanazione diretta del regime di Teheran, formalmente legata alla proprietà immobiliare del Consolato generale dell’Iran.
La Procura ha contestato l’articolo 270-bis del codice penale (associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale ed eversione). Il reato viene ipotizzato poiché gli indagati, attraverso la minaccia della violenza fisica, avrebbero tentato di limitare e comprimere il diritto costituzionale, garantito in Italia a chiunque, di manifestare liberamente le proprie opinioni politiche, incluse quelle di netta opposizione al governo dello Stato estero di provenienza.
L’intera inchiesta ha preso il via nel mese di marzo, scaturita dal monitoraggio delle piattaforme social. Una donna iraniana residente a Milano, nota esponente della dissidenza monarchica e sostenitrice del principe ereditario Reza Pahlavi (figlio dell’ultimo Scià), ha pubblicato un video sul proprio profilo Instagram per denunciare un gravissimo episodio.
La donna ha raccontato di aver ricevuto una telefonata sul proprio numero mobile iraniano da parte di uno sconosciuto. L’interlocutore, esprimendosi in lingua farsi, l’aveva accusata di aver collaborato con emittenti televisive satellitari dell’opposizione all’estero: “Sei condannata alla confisca dei beni e alla morte”, prima di riagganciare bruscamente. I carabinieri del Ros, intercettato il filmato in rete, hanno immediatamente contattato la vittima per raccoglierne la deposizione formale.
Lo sviluppo delle indagini ha permesso in breve tempo di mappare un fenomeno ben più ampio. Gli investigatori hanno individuato e ascoltato altre donne iraniane stanziate a Milano che avevano subito minacce analoghe, recapitate principalmente tramite messaggi privati sui canali Instagram, quasi sempre all’indomani della loro partecipazione a pubbliche manifestazioni di piazza contro il regime di Teheran. I tracciati informatici di queste comunicazioni hanno condotto i militari direttamente ai due indagati lombardi.
La contestazione del reato di terrorismo per condotte di questo tipo rappresenta una novità assoluta nel panorama giudiziario italiano, solitamente focalizzato su soggetti intenti a pianificare attentati dinamitardi o a reclutare foreign fighters. In questo caso, la matrice terroristica risiede nella potenziale intimidazione e coercizione psicologica proiettata sull’intera comunità dei dissidenti iraniani in Italia, volta a minare le fondamenta delle libertà democratiche del Paese.
Il focus della perquisizione punta ora a verificare se i due indagati agissero come lupi solitari o se facessero parte di una vera e propria organizzazione transnazionale strutturata per reprimere il dissenso interno, anche attraverso odiosi ricatti incrociati e ritorsioni dirette contro i nuclei familiari e i parenti rimasti in territorio iraniano.