Le case costano troppo, troppo pochi i soldi a fine mese

A Milano lo stipendio medio, di circa 1.500 euro, non è sufficiente a soddisfare l’esigenza abitativa perché grava al 60% sul bilancio familiare.

Per casa e mobilità urbana non basta il 50% dello stipendio medio. Il problema degli alloggi non si è presentato all’improvviso, capitato tra capo e collo, ma è una costante del Bel Paese, percorrendone la storia sociale. Dalle case popolari del primo ‘900 alla carenza di alloggi nel secondo dopoguerra per gli eventi bellici e il Piano INA-Casa, noto come Piano Fanfani (1949-1963), un imponente programma statale di edilizia popolare in Italia, fino all’attuale crisi di accessibilità economica (affitti e prezzi alti).

Malgrado oggi l’Italia sia diventata una nazione di proprietari di case esiste un grave divario tra redditi bassi e costi abitativi elevati, con milioni di case sfitte e un’edilizia pubblica insufficiente. In una città come Milano lo stipendio medio, equivalente a circa 1.500 euro, non è sufficiente a soddisfare l’esigenza abitativa in quanto pesa sul bilancio per il 60%.

Il divario è cresciuto con forza, accentuato dall’aumento degli affitti brevi. Si tratta di dati emersi dal 3° Rapporto OCA (Osservatorio Casa Abbordabile): “Milano inside out“, presentato lo scorso 23 aprile. E un’analisi promossa dal Consorzio Cooperative Lavoratori (CCL), dalla Libera Università Mediterranea, in partnership con il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani (DAStU) del Politecnico di Milano.

Una situazione simile a molte città europee, con la differenza che in metropoli come Barcellona, Parigi e New York quanto meno si sta discutendo di un mercato degli alloggi alterato da una mera visione finanziaria e non come un ambiente in cui vivere. Il problema di fondo è che per l’assenza di una vera politica di edilizia popolare pubblica le città si stanno estinguendo insieme al sistema produttivo, causando la scomparsa dei servizi.

A causa del caro prezzo degli alloggi molti si sono trasferiti in periferia o nelle zone limitrofe, dove, però, ironia della sorte, i costi si sono impennati anche per il pendolarismo. I prezzi per acquistare una casa sono cresciuti dell’8,5%, mentre gli affitti del 6,5%. I salari solo del 4,2%, ben al di sotto del tasso inflazionistico. Se si pensa che i percettori equivalgono a circa l’85% dei lavoratori metropolitani, si capisce come le città non siano a misura di chi lavora, tutt’altro.

Affitti e acquisti impossibili specie per le giovani coppie

Inoltre dalla pandemia in poi gli affitti nel lungo periodo sono diminuiti dal 66% al 51% al contrario di quelli brevi o temporanei, passati dal 34 al 49%. Sono cresciuti, invece, gli acquisti di immobili da parte dei single. Il business degli affitti brevi (sotto i 30 giorni) in Italia è un mercato in forte crescita, stimato in circa 500.000 alloggi, che offre rendimenti potenzialmente superiori del 15-25% rispetto ai canoni tradizionali.

Attraverso piattaforme come Airbnb e Booking, si possono generare rendite interessanti (spesso tra il 6 e l’8% lordi), puntando su flessibilità e alta rotazione degli ospiti. Il target è costituito in genere da turisti, lavoratori in trasferta e clienti facoltosi. Secondo gli autori del report gli affitti non dovrebbero pesare su salari e stipendi più del 30% per essere gestiti degnamente.

Per migliorare l’edilizia popolare in Italia è necessario un autentico Piano Casa Nazionale che preveda il recupero urgente di circa 600.000 alloggi e l’aumento dell’offerta abitativa pubblica. Gli interventi chiave includono efficientamento energetico (cappotti, caldaie, infissi), ristrutturazione del patrimonio esistente, gestione efficiente degli alloggi e rigenerazione urbana per creare comunità inclusive, non solo edilizia.

C’è qualcuno in Italia che possa realizzarlo? Si spera ma il dubbio rimane.