Una scomparsa inspiegabile, un ritrovamento casuale e tredici anni di ombre mai dissipate.
Sassuolo – È una mattina di primavera come tante, il 15 maggio 2012, quando Paola Landini esce di casa per l’ultima volta. Ha 44 anni, vive a Fiorano Modenese con il suo compagno Roberto Brogli, direttore del Tiro a Segno Nazionale di Sassuolo. Si veste con una tuta sportiva, prende le chiavi della Fiat Punto e, intorno alle dieci e mezza, esce di casa. Due vicine la vedono scendere le scale e allontanarsi. È l’ultima immagine che il mondo conserva di lei in vita.
Il poligono di tiro è il suo posto di lavoro da anni. Oltre a essere socia della struttura, Paola gestisce i rapporti con i fornitori, sbriga la burocrazia, tiene i fili della parte amministrativa. Sa tutto di quel posto. Lo conosce a memoria.
Poco prima di mezzogiorno, il custode nota la sua Fiat Punto parcheggiata nello spiazzale davanti agli uffici. Non c’è nulla di strano, in apparenza. Paola è di casa lì. Ma quando si avvicina all’auto, trova qualcosa che non quadra: dentro ci sono la borsa, il cellulare, i documenti. Tutte le cose che una donna porta sempre con sé. Come se fosse scesa un momento e stesse per tornare. Ma il tempo passa e Paola non torna.
Quando quella sera scatta l’allarme e si ricostruisce la giornata, emerge un dettaglio che cambia il peso di tutta la storia. Dal cassetto chiuso a chiave nell’armadio di casa mancano due pistole: una Star calibro 6,35 e una 9×17. Sono armi custodite nell’abitazione privata, legate all’attività del poligono.
Roberto Brogli, sentito dagli inquirenti, dice una cosa che rimane sospesa nell’aria: Paola le ha prese, sì, ma non sa nemmeno come si usano. Non ha mai sparato. Non ha mai frequentato la linea di tiro. In anni passati fianco a fianco con quel mondo, non ha mai imbracciato un’arma.
Perché allora portarle con sé quella mattina? L’unica spiegazione che circola è quella di uno stalker che in passato l’aveva perseguitata: forse si sentiva in pericolo, forse cercava di proteggersi. Ma è una risposta che apre più domande di quante ne chiuda.
Le ricerche sul territorio iniziano subito e durano giorni. Le squadre battono la zona intorno al poligono, i calanchi, la macchia. Niente. La Punto rimane ferma nello spiazzale come un punto esclamativo in mezzo al silenzio.
Nel frattempo la Squadra Mobile di Modena trova qualcosa di rilevante sul computer di casa. Nei mesi precedenti alla scomparsa, Paola frequentava alcuni forum online e lasciava messaggi che tradivano un malessere profondo, parole di infelicità, di stanchezza interiore. Un dolore che nessuno intorno a lei sembra aver colto, o che qualcuno ha scelto di non vedere.

Poi arriva la lettera. Anonima, indirizzata al figlio Luca, recapitata alla sede del Tiro a Segno. Dentro, una frase scritta al computer, zeppa di errori grammaticali: “Tu sai cosa è successo, pulisciti la coscienza.” Non è un messaggio per Luca. È un messaggio rivolto a qualcun altro, attraverso Luca. Qualcuno che sa qualcosa. La lettera viene consegnata agli inquirenti. Viene analizzata. Non porta da nessuna parte, almeno non subito.
Il caso rimane aperto, ma lentamente scivola nelle pagine dei freddi archivi. Gli anni passano. Il 2012 diventa 2014, poi 2016, poi 2018. Paola Landini è una delle tante persone scomparse di cui si smette di parlare.
La svolta arriva per caso, come spesso accade nelle storie che sembrano non avere soluzione.
È maggio 2021. Le squadre di ricerca, Vigili del Fuoco, Protezione Civile, Soccorso Alpino e Speleologico, sono sulle colline intorno a Sassuolo per un caso diverso: cercano Alessandro Venturelli, ventuno anni, scomparso da casa il 5 dicembre 2020 senza lasciare tracce. Battono i calanchi, i versanti ripidi, la vegetazione densa che abbraccia quella parte di territorio. Sono zone già percorse, in teoria. Aree già controllate durante altre ricerche, anni prima.

Eppure, in un angolo fitto e impervio di macchia, a circa trecento metri dal perimetro del Tiro a Segno, il Soccorso Alpino trova qualcosa che nessuno aveva trovato prima. Sono ossa. Il medico legale che arriva sul posto conferma che appartengono a una donna.
Gli inquirenti tornano sul posto per tre giorni di fila. Ogni volta il terreno restituisce qualcosa di nuovo. Alla fine il bilancio è questo: tredici frammenti ossei, parti del cranio, frammenti delle gambe e del bacino, i resti di una tuta sportiva con un logo cucito sul tessuto, un paio di scarpe, un mazzo di chiavi di una Fiat e due piccole pistole. Una quasi completamente deteriorata dal tempo e dall’umidità. L’altra è ancora riconoscibile.
Il dirigente della Squadra Mobile Mario Paternoster non ha bisogno di aspettare il DNA per capire. Nei frammenti ossei ci sono tracce di un vecchio intervento chirurgico che Paola aveva subito anni prima. Le chiavi corrispondono al modello della sua auto. La tuta ha il logo del poligono. Le armi coincidono con quelle sparite dall’armadio di casa.
In tutti quegli anni, Luca Arletti non ha mai smesso di cercare sua madre. Aveva ingaggiato un investigatore privato, Ezio Denti, che aveva dato un’indicazione precisa: cercare intorno al poligono di tiro. Aveva tenuto viva la storia, aveva risposto alle lettere anonime con la tenacia silenziosa di chi non accetta il vuoto come risposta.
Quando a maggio arriva la notizia del ritrovamento, è lui il primo a offrirsi per il prelievo del DNA. Aspetta mesi. A settembre 2021, il laboratorio parla chiaro: compatibilità confermata. Quelle ossa sono di sua madre.
Paola Landini è lì da nove anni. A trecento metri dal posto dove lavorava. In un’area già battuta nel 2012, che forse non venne raggiunta per una questione di vegetazione troppo fitta, o per lavori in corso che ne rendevano l’accesso difficile. O forse per qualche altro motivo che ancora nessuno ha spiegato davvero.
Adesso Paola ha un nome sulle ossa e una certezza scientifica sulla sua morte. Ma la domanda che aleggia su questa storia da tredici anni è rimasta intatta, ferma come quella Fiat Punto nello spiazzale del poligono.
Cosa è successo nelle ultime ore della sua vita? Tre piste restano aperte. Un gesto estremo, alimentato da un dolore che si nascondeva nei messaggi online e che nessuno vicino a lei aveva saputo cogliere. Un malore improvviso, in mezzo a quella vegetazione dove nessuno sarebbe passato a soccorrerla. O qualcosa di più oscuro: qualcuno che sa, come diceva quella lettera anonima. Qualcuno che quel giorno c’era, o che sa cosa sia successo dopo.