A seconda della parte del mondo in cui ci troviamo tenere le mani in tasca assume un significato diverso. Occhio dunque qualcuno può prendersela a male.
Attenzione a mettersi le mani in tasca, può essere segno d’insolenza! Si è sempre pensato che mettersi le mani in tasca fosse un gesto banale, scontato, ovvio, di ordinaria quotidianità, insignificante, senza alcun valore. Sarà capitato a chiunque di compiere questo gesto, quando si è in attesa di un treno o di un tram, o quando si fanno quattro chiacchiere tra amici. Eppure questo gesto meccanico, quasi automatico non assume lo stesso significato in tutte le culture.
E’ noto che l’essere umano si esprime non solo con le parole ma anche con i gesti. Ci sono diverse discipline scientifiche che studiano il significato dei gesti, dei movimenti del corpo e delle espressioni facciali. La più importante è la cinesica che si si concentra su gesti, posture, mimica facciale e sguardi, interpretandoli come segnali non verbali.
Poi la semiotica che studia i segni, i simboli e il modo in cui questi creano senso, inclusi gesti e comunicazione non verbale. Infine la prossemica, che si occupa dello studio delle distanze e dell’uso dello spazio personale durante l’interazione. Analizzano segni codificati utilizzati al posto delle parole, come il pollice alzato e le mani in tasca appunto.
Si tratta di movimenti involontari che nascondono emozioni, quali stress, ansia, menzogna. Inoltre sono gesti inconsapevoli che possono rivelare il proprio stato d’animo. Mettersi le mani in tasca, in alcuni contesti culturali può significare informalità o guasconeria, dipende se il corpo è un po’ retratto o ha una postura ostentata. In altri può assumere il significato di impertinenza e scarsa partecipazione.
La narrazione occidentale, letteraria e cinematografica ha associato il gesto a personalità equivoche, trasgressive se non sovversive o insidiose. Infatti nelle fiction poliziesche gli agenti chiedono agli indiziati o indagati di far vedere le mani, perché tenerle in tasca può essere un segnale che siano in possesso di un’arma. E’ come se non mostrare le mani nascondesse un proposito subdolo. Anche nelle nostre tradizioni popolari il gesto è stato associato ad eccentricità, spregiudicatezza e non convenzionalità.
In questo caso è un linguaggio ambivalente: sovversione di atteggiamenti consolidati e distacco, baldanza o sfida. La mano ha assunto aspetti simbolici molto forti nella storia dell’umanità. Nell’Asia meridionale e Medio Oriente essa viene vista come strumento di interpretazione e presagio del futuro. In alcuni Paesi quali Ucraina, Polonia, Russia, se ci si trova in situazioni formali bisogna avere una postura misurata e palese, a testimoniare diligenza, coscienziosità e deferenza.

Al contrario avere le mani in tasca viene considerato una grande scortesia, soprattutto in presenza di persone anziane. In Giappone e Corea del Sud il gesto viene visto come troppo confidenziale e non va bene in occasione di incontri ufficiali. In Medio Oriente le mani ben in vista assumono il significato di autenticità al punto che la destra è chiamata la mano della lealtà, mentre la sinistra ha un sapore…sinistro, quindi guai al suo utilizzo!
Nella cinematografia nazionale sono stati girati alcuni film in cui titolo aveva a che fare con le mani in tasca. Il più famoso è stato, senza dubbio “I pugni in tasca” di Marco Bellocchio del 1965. Si tratta di un dramma claustrofobico che racconta la ribellione nichilista di un giovane epilettico che, per liberare sé stesso e i fratelli da una famiglia borghese malata e soffocante, pianifica ed esegue l’eliminazione dei membri più deboli, tra cui la madre, attraverso una violenza gelida e sistematica.
Poi “Tre con le mani in tasca” (1987), di Giulio Ciarambino, narra le vicende di tre ragazzi nel delicato momento di passaggio dalla scuola media alle superiori. Quindi massima attenzione a dove ci trova e guai a mettersi le mani in tasca. Possono rischiare anche di essere…mozzate. Metaforicamente, s’intende.