Paralizzata a 27 anni, l’appello di Francesca De Poi: “Aiutatemi a trovare una cura”

La giovane trevigiana, che è tetraplegica ma “nessuno sa perché”, ha lanciato un video-messaggio social diventato virale. Anche il governatore Zaia ha condiviso la sua storia.

Treviso – “Il mio corpo non si muove più, ma nessuno sa dirmi perché”. Inizia con queste parole il video appello di Francesca De Poi, 27 anni, che in poche ore ha fatto il giro del web, raccogliendo migliaia di condivisioni e attirando l’attenzione delle massime istituzioni regionali. Francesca cerca una diagnosi, una spiegazione medica che da sei anni le sfugge e che potrebbe aprirle nuove strade per il futuro.

La vita di Francesca cambia radicalmente nel 2018. Si trova a Londra, pronta a iniziare il percorso universitario, quando viene colpita da un malore fulminante. La giovane subisce due arresti cardiaci consecutivi che la costringono a un lungo e delicato periodo in terapia intensiva.

Una volta fuori pericolo di vita, la scoperta drammatica: il cuore ha ripreso a battere regolarmente, ma il corpo è rimasto paralizzato. Le viene diagnosticata una tetraplegia incompleta, ma a oggi non è mai stata individuata la causa scatenante di tale condizione. “Sento tutto, ma non muovo nulla”, racconta Francesca nel video.

Nonostante le barriere fisiche, la giovane trevigiana ha dimostrato una determinazione fuori dal comune, portando avanti i suoi sogni con successo. È tornata a studiare, conseguendo sia la laurea triennale che la magistrale presso l’Università La Sapienza di Roma. Oggi Francesca non è solo una studentessa di successo, ma ha iniziato anche la sua carriera professionale, dimostrando come la disabilità non debba precludere l’indipendenza e l’autorealizzazione.

La condivisione del video, rilanciata anche dai profili social di Luca Zaia, ha un obiettivo preciso: trovare qualcuno, tra medici e specialisti a livello internazionale, che possa analizzare il suo caso clinico con occhi nuovi.

Francesca chiede aiuto a chiunque abbia competenze specifiche per dare un nome alla sua patologia e, possibilmente, trovare terapie innovative che possano migliorare la sua mobilità. Il messaggio ha già generato un’ondata di supporto, trasformando una sofferenza privata in una missione collettiva di ricerca e speranza.