Dopo trentadue anni di mutismo, il capo della banda che seminò sangue e morte tra Bologna, la Romagna e le Marche parla di servizi segreti, omicidi su commissione e coperture.
Milano – Trentadue anni di carcere. Ventiquattro morti, oltre cento feriti. Rapine, agguati, esecuzioni pianificate con la freddezza di chi indossava la divisa di giorno e la toglieva di notte per andare a uccidere. E poi, all’improvviso, la televisione. Roberto Savi, ex poliziotto, anima nera della Banda della Uno Bianca, ergastolano nel carcere di Bollate, ha scelto il salotto di Belve Crime per aprire bocca dopo decenni di ostinato mutismo. Il risultato è un’intervista che ha rimescolato le carte di una storia che molti credevano definitivamente chiusa e che invece ha convinto la Procura di Bologna a volerlo ascoltare, riaprendo ferite che per i familiari delle vittime non si sono mai davvero rimarginate.
Prima però di entrare nel merito delle sue parole, vale la pena fermarsi su una domanda che molti si sono posti guardando lo schermo: come è possibile che un condannato all’ergastolo per decine di crimini efferati, ancora detenuto, ancora pericoloso secondo chi lo conosce, abbia potuto rilasciare un’intervista televisiva di tre ore in prima serata nazionale?

In Italia i detenuti conservano alcuni diritti fondamentali, inclusa la possibilità di comunicare con l’esterno. Ma per un’intervista giornalistica occorre il via libera della direzione del carcere e, in certi casi, del magistrato di sorveglianza. Per chi sconta l’ergastolo con le aggravanti che caratterizzano la posizione di Savi, il percorso autorizzativo dovrebbe essere ancora più stringente. Qualcuno ha evidentemente ritenuto che l’intervista fosse compatibile con le esigenze della giustizia, con il rispetto dovuto alle famiglie di ventitré vittime e con un’inchiesta ancora aperta. Una valutazione che lascia quantomeno perplessi.
Savi non è un collaboratore di giustizia. Non ha mai scelto la strada della cooperazione con gli inquirenti in modo strutturato. Al contrario: per anni ha mentito, contraddetto sé stesso, seminato false piste. Davanti alle telecamere ha alternato un’aria dimessa e risposte monosillabiche a momenti di precisione chirurgica: nomi, luoghi e dinamiche riferiti con una lucidità che smentiva il personaggio quasi smemorato che cercava di interpretare. Permettergli di farlo davanti a milioni di spettatori significa anche consegnargli una piattaforma per veicolare messaggi che gli inquirenti stanno ancora cercando di decifrare.

Sul contenuto dell’intervista i punti più scottanti sono tre. Il primo riguarda le coperture esterne di cui la banda avrebbe goduto per anni: “Eravamo protetti”, ha detto Savi, descrivendo contatti periodici con soggetti non identificati che avrebbero orientato alcune azioni del gruppo. I viaggi regolari a Roma – due, tre giorni alla settimana, a detta di Savi – sono uno degli elementi che la Procura intende approfondire con maggiore urgenza.
Il secondo riguarda la morte di Pietro Capolungo, ex carabiniere ucciso il 2 maggio 1991 nell’armeria di via Volturno. Secondo Savi quell’operazione non era una rapina degenerata nel sangue. Piuttosto un incarico ricevuto, con un obiettivo prestabilito. Capolungo, sostiene il galeotto, era legato ai servizi dell’Arma. Qualcuno voleva eliminarlo e si era servito della banda come braccio armato.
Il terzo elemento tocca i complici rimasti nell’ombra. In alcune delle azioni più sanguinose, la strage del Pilastro, gli omicidi di Castel Maggiore, la rapina di via Volturno, le testimonianze raccolte negli anni avevano già suggerito la presenza di persone mai identificate né processate.

La Procura di Bologna lavora su questo fronte da tre anni, da quando i parenti delle vittime hanno presentato un esposto chiedendo di fare luce sui complici ancora ignoti e sulle eventuali coperture. Gli strumenti disponibili oggi sono profondamente diversi da quelli degli anni Novanta: le indagini utilizzano anche software di intelligenza artificiale capaci di elaborare immagini sfocate o parzialmente illeggibili, fotogrammi di videoregistrazioni, foto di scarsa qualità, restituendo possibili profili da confrontare con soggetti di interesse. Su questo piano sarebbero già emerse le prime conferme parziali e l’inchiesta potrebbe avvicinarsi a un momento decisivo.
Prima di interrogare Savi i magistrati vogliono analizzare l’intervista integrale, circa tre ore di girato, per valutare se le sue parole contengano elementi verificabili o se si tratta di un dosaggio calcolato di verità parziali, depistaggi e segnali diretti a qualcuno che guarda da fuori. Il gesto del pollice che mima il taglio della gola rivolto al fratello Fabio durante la conversazione con Fagnani non è passato inosservato. Né il fatto che, pur descrivendo incontri romani con frequenza quasi settimanale, non abbia pronunciato un solo nome. Come se il confine tra ciò che si può dire e ciò che non si deve dire fosse rimasto intatto nella sua testa nonostante il tempo trascorso.
Per i familiari delle vittime l’intervista ha significato rivivere tutto ancora una volta. Michele Stasi, fratello di Cataldo, il carabiniere ucciso a Castel Maggiore nel 1988 insieme al collega Umberto Erriu, ha parlato di un uomo che “ancora sorride” nonostante il sangue che ha seminato. I legali delle famiglie hanno letto nelle sue parole qualcosa di più calcolato di una semplice provocazione: un avvertimento, sostengono, rivolto a chi sa cose che Savi non vuole enunciare e che potrebbe sentirsi in pericolo se lui decidesse davvero di parlare.

Francesca Fagnani ha accolto con soddisfazione la decisione della Procura di ascoltare il suo intervistato, sottolineando il contributo che il giornalismo d’inchiesta può offrire all’accertamento della verità. Una posizione del tutto comprensibile sul piano professionale. Ma la domanda rimane aperta: dare a Roberto Savi una platea nazionale era davvero necessario per avvicinarsi alla verità? O rischia di essere l’ennesima mossa in un gioco che lui conosce meglio di chiunque altro e in cui, finora, ha sempre dettato le regole?