La situazione sta peggiorando e i lavoratori appaiono sempre più demotivati e meno partecipi al processo produttivo. In medio Oriente la situazione peggiora di netto.
Lo stress lavorativo abbassa la produttività. E’ risaputo, sin dalla notte dei tempi, che vivere e lavorare in un ambiente sereno, tranquillo e disteso aiuta l’individuo, il gruppo e l’azienda. Al contrario un contesto conflittuale e rancoroso abbassa la produttività. Gallup, l’istituto statunitense per le ricerche statistiche e l’analisi dell’opinione pubblica, nel suo “Rapporto 2026 State of the Global Workplace”, ha confermato quest’assunto. L’ente ha stimato il decremento in circa il 9% del Pil globale.
Inoltre la situazione sta peggiorando e i lavoratori appaiono demotivati e sempre meno partecipi al processo produttivo. Lo studio, effettuato su 160 Paesi, ha rivelato una strana contraddizione. I lavoratori europei sarebbero meno stressati ma anche meno coinvolti. Al contrario, negli USA e Canada, più impegnati e partecipi. Non sarà che il coinvolgimento totale produce, con modalità diverse, lo stesso stress del disimpegno?
Comunque stiano le cose i lavoratori dell’Europa meridionale risultano i più stressati, con i greci in prima posizione, seguiti da maltesi, ciprioti, italiani e spagnoli. Mentre nella classifica dei meno “patiti” il primato è stato raggiunto da danesi, polacchi e lituani. Non ci è dato sapere se i lavoratori del Sud Europa siano più stressati per mancanza o eccesso di partecipazione, comunque è risultato che ha inciso molto un’organizzazione manageriale composta da under 35 e dipendenti con lavoro ibrido.
Si è saputo, inoltre, che il tasso di partecipazione al processo produttivo è risultato minore in Croazia, Polonia, Francia, Svizzera, Lussemburgo, Irlanda e Austria. E poi Spagna, Regno Unito, Germania e Italia. Invece Albania, Romania, Svezia e Malta hanno evidenziato un alto tasso di condivisione lavorativa. Secondo Gallup il lavoratore meno partecipe corrisponde al seguente identikit: under 35, collocazione intermedia e senza poter lavorare da remoto.
Il 15% ha asserito di sentirsi “attivamente disimpegnato”, manifestando ritrosia verso la sua occupazione, il gruppo di lavoro e l’azienda stessa.
Gli studiosi dei fenomeni sociali che amano utilizzare delle iperboli per descriverli, in questo caso, hanno coniato il termine “quiet quitting”. Ossia la tendenza a svolgere solo le mansioni lavorative essenziali definite dal contratto, rifiutando straordinari, lavoro extra o impegni non retribuiti. Malgrado il basso coinvolgimento nel gruppo i lavoratori europei hanno manifestato un benessere più alto rispetto alle altre zone geografiche, 49% contro il 34%.

Nemmeno l’America latina e i Caraibi se la passano male. Sarà forse per i suoi paesaggi suggestivi e le spiagge bianche. Per quanto riguarda la felicità in Europa in vetta alla classifica ci sono Finlandia, Islanda e Danimarca. Guarda caso tre Paesi del Nord Europa, dove esiste un eccellente welfare state, basato sull’universalismo, con servizi pubblici gratuiti o a basso costo di altissima qualità (salute, istruzione, asili) a tutti i cittadini.
Finanziato da una pressione fiscale elevata, mira a ridurre le disuguaglianze, supportare le famiglie e promuovere la parità di genere. Malgrado le crisi economiche, geopolitiche e l’irruzione brutale nei processi produttivi dell’Intelligenza Artificiale (IA), oltre la metà dei lavoratori europei ha mostrato ottimismo nel cercare un nuovo lavoro.
Il medio Oriente e il Nord Africa sono, al contrario, i più pessimisti. Per forza con tutte le criticità che si sono abbattute sulla pelle dei loro cittadini: Gaza, Libano, Iran, non si può che essere tali.