Il ministero vuole trasformare i camici bianchi di base in dipendenti pubblici delle Case di Comunità. Le federazioni di categoria insorgono.
Un decreto scritto senza consultare chi dovrebbe applicarlo. È questa la principale accusa che le organizzazioni dei medici di medicina generale rivolgono al ministro della Salute Orazio Schillaci, dopo che nelle ultime ore è circolata la bozza di una riforma destinata a ridisegnare profondamente il ruolo del medico di famiglia nel sistema sanitario nazionale.
Il progetto ruota attorno alle Case di Comunità, le strutture territoriali finanziate con i fondi del Pnrr che dovrebbero alleggerire la pressione sugli ospedali mettendo a disposizione dei cittadini équipe multidisciplinari, pediatri, infermieri, specialisti, psicologi, assistenti sociali, in un unico punto di accesso. Al 31 dicembre 2025 ne risultavano operative 781, su circa 1.715 programmate. Schillaci punta ad avere tutto a regime entro il 30 giugno 2026.
Per raggiungere questo obiettivo, il ministero propone di offrire ai medici di base, oggi convenzionati con le Asl e quindi liberi professionisti a tutti gli effetti, la possibilità di diventare dipendenti pubblici, sul modello dei colleghi ospedalieri. La scelta sarebbe volontaria e il sistema convenzionale non verrebbe abolito ma affiancato da questo nuovo canale. Cambierebbe anche il criterio retributivo: non più il numero di pazienti iscritti, ma la partecipazione alla rete territoriale e la presa in carico di pazienti cronici e fragili.
A parole, una riforma ragionevole. Nella pratica, sostengono le federazioni di categoria, un meccanismo pieno di cortocircuiti. La Federazione Italiana Medici di Medicina Generale punta il dito su due nodi tecnici che ritiene insuperabili. Il primo riguarda i medici già in attività: il decreto richiederebbe il titolo di specializzazione in medicina generale come requisito per accedere al rapporto di dipendenza, ignorando che per decenni i percorsi di specializzazione e quelli di formazione specifica fossero incompatibili tra loro. L’intera generazione di professionisti che ha seguito la strada allora disponibile si troverebbe automaticamente esclusa o penalizzata.
Il secondo problema colpisce i giovani. In molte regioni del Nord, la tenuta della medicina territoriale dipende oggi da medici ancora in formazione o appena usciti dai corsi. Questi professionisti, privi del titolo di specializzazione, si troverebbero davanti a un bivio: restare in un sistema che non offre loro prospettive strutturate oppure abbandonare la medicina generale alla prima finestra utile per iscriversi a una scuola di specialità. Secondo la Fimmg il risultato sarebbe un vuoto improvviso proprio nelle zone più vulnerabili, quelle montane, quelle rurali, quelle con la popolazione più anziana, con conseguenze a cascata sui pronto soccorso già congestionati e sulla gestione delle cronicità.
Sulla stessa lunghezza d’onda la Federazione dei Medici Territoriali, il cui segretario nazionale Francesco Esposito parla senza mezzi termini di una riforma che accelererebbe la fuga dalla professione anziché arginare la carenza già in atto. I dati della Fondazione Gimbe fotografano una situazione già critica: tra il 2019 e il 2024 il numero di medici di medicina generale si è ridotto di oltre cinquemila unità e oggi ogni professionista segue in media quasi 1.400 pazienti, ben oltre la soglia considerata ottimale. In questo contesto, aggiungere burocrazia e penalizzare chi non ha il titolo giusto rischia di peggiorare una situazione già al limite.
Dal ministero si risponde che l’obiettivo è opposto: dare finalmente alla medicina generale lo stesso riconoscimento, economico e di carriera, delle specializzazioni più ambite, rendendola una scelta attrattiva per le nuove generazioni. Il testo definitivo del decreto, su cui le Regioni sono chiamate a esprimersi entro maggio, potrebbe ancora cambiare. Ma la distanza tra chi lo ha scritto e chi dovrebbe viverlo appare, per ora, difficile da colmare.