Questa tipologia di lavoratori percepisce pochi dollari l’ora e quelli che lavorano in Occidente, spesso, non hanno tutele sindacali, né ferie e men che meno contributi.
Lo storytelling intorno all’IA si è basato sull’arte di trasmettere emozioni e valori, prospettando una realtà pronta ad ogni soluzione. Le sue virtù salvifiche ci avrebbero donato l’eden della felicità e perfezione. Ed invece si sta riproponendo lo stesso sistema che si è affermato nel corso dei secoli. Ossia pochi che si arricchiscono e molti che sgobbano per pochi euro. In tutto il mondo un esercito di persone stanno istruendo i modelli di IA cedendo la propria immagine, dialoghi e video personali.
Il Guardian, uno dei più antichi e prestigiosi quotidiani britannici, ha effettuato un’inchiesta approfondita su questo processo in atto. Gli istruttori di IA risiedono soprattutto nei Paesi del terzo mondo dove con pochi spiccioli si tira avanti un mese. C’è chi trasferisce le tracce audio della propria voce, mentre altri ricevono un compenso per la cessione di chiacchierate con amici e familiari. Generalmente questo tipo di lavoro non ha prospettive future, dura lo spazio di un mattino.
E’ una risposta alla mancanza di dati e una volta che si andrà a regime, non se ne sentirà più parlare. Tuttavia gli effetti sui poveri cristi che si sono immolati, per necessità, sull’altare della tecnologia, possono protrarsi nel tempo. Ad esempio i contratti non possono essere annullati. Una volta firmati ci si consegna nelle mani degli aguzzini. Un video di pochi minuti può sostenere un’applicazione programmata per eseguire determinati compiti anche per diversi anni.
Ma non esistono diritti d’autore per il venditore. Una volta ricevuto il compenso, il rapporto finisce. Ma l’aspetto più allarmante è che non si sa che fine facciano i dati, né il loro uso. Si rischia che possano essere utilizzati in maniera tale che chi li ha ceduti li trovi di scarso gradimento e pessimo gusto. Sono i “lavoratori invisibili” dell’IA, la spina dorsale dello sviluppo tecnologico moderno e operano in condizioni di estremo sfruttamento.

Dietro i sistemi avanzati come ChatGPT si celerebbe una vasta forza lavoro globale incaricata di compiti ripetitivi e necessari per il funzionamento degli algoritmi. Questi lavoratori, spesso definiti come un nuovo “proletariato digitale“, si occupano principalmente di etichettatura di milioni di immagini, testi e video per addestrare i modelli di machine learning; filtraggio di materiali violenti, illegali o traumatici per garantire la sicurezza degli utenti, esponendosi a gravi rischi per la salute mentale; fornire feedback umani costanti per migliorare la precisione delle risposte generate dall’IA.
In molti casi, specialmente nel Sud del mondo come Kenya o Filippine, i lavoratori percepiscono pochi dollari l’ora. Quelli che lavorano in Occidente, spesso, non hanno tutele sindacali, né ferie e contributi. I moderatori sono costretti a visionare contenuti altamente nocivi per ore, spesso senza adeguato supporto psicologico.
E mentre le Big Tech registrano profitti record un esercito di nuovi sfruttati è alla mercé dei magnati dell’IA e degli oligarchi digitali. Sfruttati si ma a vantaggio della tecnologia, che produrrà benessere all’umanità. Vuoi mettere?