Il magistrato messinese si è spento alla vigilia del 47esimo anniversario dell’inchiesta che scosse l’Italia. Nel 1979 arrestò i leader di Autonomia Operaia per insurrezione armata.
Roma – Pietro Calogero è morto ieri, un giorno prima del 47esimo anniversario del 7 aprile 1979, la data che ha legato per sempre il suo nome alla storia giudiziaria italiana. Nato a Pace del Mela in provincia di Messina nel 1939, era sostituto procuratore della Repubblica di Padova quando ordinò l’arresto di un gruppo di dirigenti dei movimenti extraparlamentari Autonomia Operaia e Potere Operaio con l’accusa di associazione sovversiva e insurrezione armata contro lo Stato.
L’inchiesta partì da una perquisizione il 19 marzo 1979 nell’abitazione dell’architetto Massironi dove Calogero sequestrò l’archivio di Tony Negri, il filosofo e teorico dell’Autonomia. Tra quei documenti trovò un manoscritto che indicava incontri tra Negri e Renato Curcio, fondatore delle Brigate Rosse.
Da quel manoscritto il magistrato costruì la sua teoria: esisteva una struttura di Autonomia Operaia che “agisce in sintonia con le Br, come gruppo militare combattente del partito armato”. Calogero ipotizzò l’esistenza di “un unico vertice” che legava le Brigate Rosse ai gruppi armati dell’Autonomia con un’unica “strategia eversiva” volta all'”attacco al cuore dello Stato”. E sostenne che Toni Negri fosse la “mente” delle Brigate Rosse.
Negri e gli altri imputati si difesero invocando la libertà di opinione, sostenendo che la loro istigazione all’odio e alla violenza non fosse perseguibile penalmente. Il processo che ne seguì, passato alla storia come “Processo 7 aprile”, fu estremamente controverso e quasi tutte le accuse caddero nei vari gradi di giudizio.
Calogero difese sempre la sua inchiesta anche a distanza di decenni. In un pensiero postumo che ha voluto lasciare scrisse: “Negli anni settanta sono stati messi in pericolo diritti fondamentali come la libertà e la democrazia e una società che vuole conservare la memoria non può mistificare i fatti con le dispute ideologiche”.
E aggiunse: “La prima verità da ribadire è che la mia inchiesta non è frutto del contributo dei pentiti, ma dell’analisi di migliaia di documenti e del ritrovamento di armi. Documenti scritti da persone che avevano responsabilità dirette nella guida di Autonomia Operaia, struttura organizzata dello spontaneismo armato”.
Il 7 aprile 1979 segnò uno spartiacque negli anni di piombo. L’arresto dei leader dell’Autonomia venne vissuto da molti come un colpo decisivo contro l’eversione di sinistra, da altri come una criminalizzazione del dissenso politico. Il dibattito su quell’inchiesta non si è mai davvero chiuso e ancora oggi divide chi la considera un’operazione necessaria per difendere lo Stato democratico da chi vi vede un’interpretazione forzata dei legami tra movimenti politici e terrorismo armato.
Calogero se ne va alla vigilia dell’anniversario di quella data che lo ha reso celebre e discusso. Un caso del destino che lega ancora una volta il suo nome a quel 7 aprile che per lui rappresentò il momento più importante della carriera e che per l’Italia segnò una fase cruciale della lotta al terrorismo.