Col tempo il servizio di consegna a domicilio si è trasformato in un lavoro sottopagato a tempo pieno svolto quasi sempre da extracomunitari. Tutele? Nessuna.
I rider, gli schiavi del XXI secolo! Si vedono sfrecciare per le nostre città a bordo di una bici, sotto il sole o con la pioggia per le consegne a domicilio, il cosiddetto food delivery. Si tratta dei novelli cavalieri metropolitani che si districano tra le caotiche strade cittadine. Armati di zaini termici per mantenere i cibi caldi o freddi durante il trasporto. La loro uniforme è costituita da giacche, magliette o gilet ad alta visibilità, casco e guanti che indossano per affrontare l’impari lotta per la sopravvivenza.
Non può mancare lo smartphone, definito da qualche buontempone “il prezzemolo tecnologico” per la sua onnipresenza ma indispensabile per ricevere ordini e utilizzare il navigatore. Inoltre sono provvisti di un supporto per il telefonino, montato sul manubrio della bici o dello scooter per visualizzare la mappa in sicurezza e di un power bank, la batteria portatile per garantire che il telefono rimanga carico durante i lunghi turni.
Il massimo della visibilità l’hanno ottenuta durante il lockdown per la famigerata pandemia, in cui si era costretti a stare in casa e gli unici che potevano andare in giro, a parte le forze dell’ordine, erano proprio loro che sfidavano il perfido virus pur di consegnare il cibo a domicilio. Quando la “Gig Economy”, altrimenti definita “economia dei lavoretti”, ossia un modello economico basato su lavori temporanei, saltuari e a chiamata, prevalentemente gestiti tramite piattaforme digitali e app, fece capolino nella società, si presentò come lavoro occasionale, adatto agli studenti o a chi voleva arrotondare.
In realtà, col tempo, il servizio di consegna a domicilio di cibo pronto si è trasformato in un lavoro full-time, sottopagato, che richiede un certo sforzo fisico e svolto quasi sempre da extracomunitari. Un ritorno al periodo della prima rivoluzione industriale, quando gli operai lavoravano in condizioni disumane per 12-16 ore al giorno. Oggi anche oltre le 10 ore, 6-7 giorni la settimana sempre in strada e retribuiti a cottimo, ossia in base alla quantità di lavoro effettivamente fornito.
Si viene pagati dai 2 ai 4 euro lordi a consegna senza calcolare i tempi morti, i chilometri percorsi, il carburante e se si ha o meno un motorino. La manutenzione del mezzo è tutta a carico del rider. Questi dati sono il risultato di un’indagine della CGIL-NIDIL (Nuove Identità di Lavoro, la categoria che rappresenta e tutela i lavoratori somministrati, ex interinali) “La condizione di lavoro dei rider del food delivery”. Il 91,7% appartiene alla fascia d’età 21-39 anni, perlopiù africani e con una minoranza dell’Europa dell’est.

Più della metà lavora con diverse piattaforme, le più conosciute sono Deliveroo e Glovo, per monetizzare quanto più è possibile. Si possono percorrere fino a 40 chilometri al giorno, si spendono 200 euro al mese per carburante, manutenzione, telefono, molti hanno subito il furto del mezzo, altri un tentativo. La sicurezza è solo online, mentre la formazione in presenza riguarda una bassa percentuale di lavoratori.
I dispositivi di protezione individuali sono quelli basilari, caschi e giubbotti, ma sono assenti quelli specifici per chi lavora su strada quali idratazione, protezione solare, visibilità notturna. Malgrado qualche progresso legislativo, come l’assicurazione sugli infortuni, obbligatoria dal 2020 che prevede un indennizzo economico da parte dell’INAIL, il rapporto di lavoro, per quanto assimilato a quello subordinato, continua ad essere, nella maggioranza dei casi a cottimo.
E’ lo spirito dei tempi: serpeggia una brutta aria di depauperazione dei diritti acquisiti, con lo sgretolarsi del welfare state e di quel minimo di sicurezza sociale acquisiti dopo anni di lotte sociali, che hanno frantumato quel senso di comunità, che ha rappresentato lo spartiacque tra civiltà e barbarie.