Addio a Bruno Contrada, le battaglie dell’avvocato Lipera per restituirgli l’onore

Morto a 94 anni l’ex agente segreto. Dalla condanna per mafia al reintegro nella polizia: una vita tra fango e risarcimenti. Il penalista ricorda il loro primo incontro: “Aveva 77 anni ed era un cadavere ambulante”.

Palermo – Bruno Contrada non è stato solo un agente segreto e un poliziotto, ma lo spartiacque di una stagione in cui lo Stato, ferito dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, cercava risposte e colpevoli, a volte – come lui stesso denunciava – calpestando le regole del diritto. Il ricordo dell’avvocato Giuseppe Lipera del foro di Catania, storico legale di Contrada, è di un uomo che si considerava “morto dentro” dal giorno del suo arresto.

Contrada, ex numero tre del Sisde e figura tra le più enigmatiche e discusse della storia d’Italia a cavallo tra le stragi di mafia e i “misteri dello Stato”, è morto a 94 anni il 13 marzo 2026. Con la sua scomparsa cala il sipario su un’esistenza segnata da un calvario giudiziario durato oltre trent’anni, che lo ha visto passare dalle vette degli apparati di sicurezza alla cella del carcere militare di Santa Maria Capua Vetere, fino alle storiche sentenze della Corte di Strasburgo.

L’avvocato Giuseppe Lipera del Foro di Catania

Il ricordo dell’avvocato Giuseppe Lipera

L’avvocato Giuseppe Lipera, del Foro di Catania, ha sempre sostenuto l’innocenza totale del suo assistito, definendo il caso Contrada come uno dei più grandi errori giudiziari della storia repubblicana. Il penalista, contattato telefonicamente, ha ricordato il loro primo incontro nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove Contrada era detenuto. A richiedere il suo intervento fu la moglie dell’ex numero tre del Sisde.

Era in pessime condizioni di salute. Aveva 77 anni ed era un cadavere ambulante. Per i medici, però, le sue condizioni erano compatibili con la detenzione. Cosa che trovai inconcepibile, per questo intrapresi una feroce battaglia per la concessione dei domiciliari. Ci vollero mesi per il ritorno a casa, avvenuto nel luglio del 2008. Durante quel periodo nacque un’affettuosa amicizia; l’ho sempre ritenuto innocente, era una persona perbene”.

Il penalista ci parla dei numerosi ricorsi per la revisione del processo, sistematicamente respinti dai giudici di Caltanissetta e dalla Cassazione, fino all’ultimo diniego della Suprema Corte nel giugno 2012. Proprio nel solco di questa ricerca della verità, Lipera ricorda un passaggio cruciale.

“Ottenemmo dall’allora Guardasigilli, Angelino Alfano, l’autorizzazione a incontrare in carcere il ‘falso pentito’ Vincenzo Scarantino. Io e i miei collaboratori di allora abbiamo registrato un video in cui confessava l’orrore di Pianosa: diceva che, per le percosse ricevute, sarebbe stato disposto ad accusare persino sua madre pur di far cessare le violenze“.

La lettera inviata da Bruno Contrada all’avvocato Giuseppe Lipera

Una vita tra accuse e processi

Arrestato alla vigilia di Natale del 1992, Contrada fu accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Il sospetto più atroce? Aver tradito il pool antimafia e essere stato presente in via D’Amelio il giorno della morte di Paolo Borsellino.

  • L’iter giudiziario: Una condanna a 10 anni in primo grado (nel 1996), un’assoluzione in appello (nel 2001) e una definitiva condanna in Cassazione (nel 2007) che lo portò in carcere fino al 2012.
  • La fiducia nello Stato: Nonostante la detenzione, Contrada ripeteva: “Rivoglio l’onore che mi è stato tolto”.

La svolta di Strasburgo e il reintegro

La sua battaglia non si fermò alle sentenze italiane. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo condannò l’Italia due volte:

  1. Nel 2014, per le condizioni di salute incompatibili con il carcere.
  2. Nel 2015, stabilendo che all’epoca dei fatti il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non era sufficientemente chiaro, rendendo la condanna illegittima.

Grazie a questi pronunciamenti, nel 2017 fu revocata la condanna della Cassazione e l’allora capo della polizia, Franco Gabrielli, lo reintegrò retroattivamente nei ranghi, restituendogli i gradi di prefetto.

L’indennizzo per ingiusta detenzione

Negli ultimi anni, la battaglia si era spostata sulla riparazione pecuniaria. Dopo una lunga serie di rinvii, la Corte d’Appello di Palermo ha riconosciuto a Contrada il diritto a un indennizzo per ingiusta detenzione, liquidando circa 285mila euro. Tuttavia, i giudici palermitani non cancellarono mai le ombre, scrivendo nelle motivazioni che l’ex agente aveva comunque “arrecato grave danno alla credibilità dello Stato”.