Mammoni e bamboccioni gli italici under 30

Giovani adulti con titoli di studio eccelsi ma con un lavoro precario che non permette loro di togliere le tende dall’abitazione dei genitori. Quindi si resta a casa.

Sono tanti i giovani costretti a restare in casa dei genitori. Una volta i giovani uscivano di casa molto presto, perché il lavoro si trovava facilmente e, spesso, era una fuga da famiglie numerose. Oltre al lavoro, un’altra condizione era il matrimonio. Oggi, per una serie di fattori, non c’è né l’uno e né l’altro. Nel mese di gennaio l’ISTAT, l’istituto nazionale di statistica, ha pubblicato dati secondo cui i giovani restano in famiglia fino ai 35 anni. E non sono nemmeno pochi, ma il 63,3% cifra in crescita rispetto al 2012.

E’ un fenomeno molto diffuso frutto più di situazioni oggettive che di scelte individuali. Restare coi genitori non è una scelta di comodità, con “mammina” che pensa alle faccende domestiche, ma è una sorta di costrizione in quanto è il risultato di una struttura socio-economica che non permette di essere autonomi prima dei 30 anni, se va bene.

E pensare che nel 2007 l’allora Ministero dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa (a conferma che il fenomeno viene da lontano) apostrofò i giovani con l’epiteto “mandiamo i bamboccioni fuori di casa“, riferendosi ai giovani adulti che vivevano ancora a carico dei genitori, scatenando un’ampia polemica sull’indipendenza dei giovani in Italia, anche se il ministro intendeva proporre misure a loro favore. Si è visto come sono state efficaci, dal momento che se ne parla a distanza di quasi 20 anni! Per questi motivi all’estero ci definiscono “mammoni”. Il problema di fondo è l’assenza di strumenti per lasciare il “nido familiare”.

Infatti il tempo medio dedicato agli studi si è allungato di gran lunga rispetto a prima, tra master, specializzazioni, tirocini e praticantati, pagati poco e male. Ci si immola sull’altare di un mercato del lavoro estremamente competitivo, con risultati modesti. Giovani adulti, con titoli di studio eccelsi, ma con un lavoro precario che non permette loro di togliere le tende dall’abitazione dei genitori. Quindi si resta a casa, eternamente fidanzati con un partner nelle stesse condizioni, in una sorta di zona neutra in cui si rischia di fossilizzarsi.

Con un background siffatto non ci si può stupire del calo dei matrimoni e l’aumento della denatalità. E quando si riesce nell’ardua impresa lo si fa in età avanzata. L’età media è un po’ superiore ai 34 anni per gli uomini e di 32,8 per le donne. Le convivenze sono in continuo aumento ma si trovano di fronte ai soliti ostacoli: affitti molto cari e mutui che non vengono erogati per la precarietà del lavoro. E’ come se le famiglie d’origine rappresentassero un ammortizzatore sociale, che si sostituisce a compiti che dovrebbero spettare in primis alle istituzioni e poi alla società civile.

In casa con i genitori sino ad oltre i 30 anni

Il fenomeno dovrebbe interessare tutte le componenti sociali, perché incide sul mercato immobiliare, sui consumi, sullo spostamento dei lavoratori all’interno di una struttura e tra le varie aziende. E per finire riguarda anche la tenuta del sistema previdenziale. La difficoltà dei giovani a realizzare le proprie aspettative professionali, sociali e private è una delle cause principali dell’invecchiamento della popolazione. Se gli anziani aumentano e di giovani ne nascono pochi, chi lavora e chi sosterrà le pensioni future?

Una volta si diceva che la differenza tra un politico e uno statista è che il primo si concentra sul presente, sulle prossime elezioni e sul successo del proprio partito, mentre il secondo ha una visione a lungo termine, pensa alle future generazioni e al bene superiore della nazione, lasciando un segno duraturo nella storia.

Purtroppo la fauna politica nazionale e internazionale sembra composta da personaggi che non sanno guardare al di là del proprio naso. Di statisti nemmeno l’ombra.