Omicidio Sharon Verzeni: ergastolo per Moussa Sangare

Riconosciute le aggravanti di premeditazione e futili motivi. Il padre della giovane: “Non si può essere soddisfatti di fronte a tale orrore”.

Bergamo – Si chiude con la massima pena il primo capitolo giudiziario di uno dei casi di cronaca più atroci degli ultimi anni. La Corte d’Assise ha condannato all’ergastolo Moussa Sangare, il 31enne reo confesso (seppur con successive ritrattazioni) dell’omicidio di Sharon Verzeni, la barista di 33 anni uccisa a coltellate la notte tra il 29 e il 30 luglio 2024 a Terno d’Isola.

La sentenza, letta dalla presidente Patrizia Ingrascì dopo oltre quattro ore di camera di consiglio, ha accolto integralmente l’impianto accusatorio del pubblico ministero Marchisio. Per i giudici, Sangare non solo ha ucciso, ma lo ha fatto con premeditazione: l’imputato era uscito di casa quella notte con l’intento di colpire qualcuno.

Futili motivi: il delitto è stato compiuto senza una reale ragione, seguendo quello che l’imputato definì inizialmente un “feeling” o un’onda emotiva. Minorata difesa: Sharon è stata colpita di notte, mentre era sola e impossibilitata a ricevere aiuto immediato.

In aula, la lettura del verdetto è stata accompagnata dalle lacrime dei genitori di Sharon, del compagno Sergio Ruocco e dei fratelli Melody e Cristopher. Sangare, al contrario, non ha mostrato alcuna reazione visibile prima di essere scortato nuovamente in carcere. Melody Verzeni, sorella della vittima, ha espresso gratitudine per il lavoro di magistrati e carabinieri: “Una sentenza giusta e obiettiva. Sharon sarà sempre viva nei nostri cuori”, aggiungendo però amarezza per il mancato pentimento reale dell’imputato durante il processo.

Sangare, nato in Italia da famiglia maliana, era stato fermato un mese dopo il delitto grazie alle immagini delle telecamere che lo ritraevano in bicicletta. Dopo le confessioni iniziali in cui ammetteva di aver scelto Sharon “a caso”, durante il dibattimento la difesa aveva tentato di sollevare dubbi sulla sua capacità di intendere e sulla tenuta delle aggravanti. Strategia che la Corte ha però respinto, confermando la piena consapevolezza e la ferocia di un gesto che ha distrutto la vita di una giovane donna che stava progettando il proprio matrimonio.