Se delocalizzi perdi il lavoro ma non sempre

Ma succede anche il contrario ovvero che i posti di lavoro creati sono stati superiori a quelli persi con la delocalizzazione.

Con la globalizzazione si è accentuata la delocalizzazione. Uno degli aspetti peculiari della globalizzazione è l’alimentazione della delocalizzazione delle imprese. Il primo è il processo di integrazione dei mercati mondiali, caratterizzato dalla liberalizzazione degli scambi, dai flussi di capitali, dalla diffusione di tecnologie e informazioni e dall’interdipendenza tra economie nazionali, per creare un unico mercato globale.

La delocalizzazione, invece, è il trasferimento di attività produttive o servizi all’estero, spesso in Paesi con costi del lavoro inferiori, per ottenere vantaggi competitivi. Ora in questo andirivieni da un Paese all’altro si mette in moto un processo economico che produce disoccupazione nel luogo originario, con effetti negativi nella vita delle persone e della società. Molte imprese hanno deciso di operare in questa direzione e una delle zone di approdo più appetibili è l’India.

Se esternalizzare i processi produttivi all’estero in Paesi in cui il costo del lavoro è inferiore rispetto all’occidente, è sicuramente un vantaggio per le imprese, non lo è per i lavoratori che devono subire il taglio di posti di lavoro che, una volta persi, difficilmente vengono rimpiazzati. Ancora una volta il vecchio Karl Marx aveva colto nel segno affermando che la vera classe rivoluzionaria nella storia, fino al momento in cui scriveva queste considerazioni, era stata la borghesia in quanto aveva distrutto le vecchie strutture feudali, cambiando i mezzi e i rapporti produttivi, con la creazione del mercato e di nuovi rapporti sociali.

Comunque sia tra il dare è l’avere il conto non torna. Secondo Eurostat, l’ufficio statistico europeo, nei Paesi dell’Unione tra il 2021 e 2023, sono stati persi 150 mila posti di lavoro per la delocalizzazione delle imprese. Mentre i nuovi posti sono stati appena 50 mila, un terzo di quelli scomparsi. Non ci è dato sapere la sorte degli altri 100 mila rimasti senza lavoro, a parte quella di aver avuto l’onore (si fa per dire) di rientrare nelle statistiche col segno negativo.

Dietro i numeri ci sono persone con aspettative, sogni, speranze e che, soprattutto, mangiano! Dove vanno adesso? Faranno la fila alla Caritas o che cosa? I numeri tacciono su questo tema, mentre sono più loquaci su quali siano i Paesi che hanno perso più lavoratori a causa della delocalizzazione. Tra le prime in questa classifica ci sono Polonia e Ungheria con un rapporto 1 a 10, cioè 1 nuovo posto di lavoro creato contro 10 persi. La Finlandia ha mostrato un rapporto ancor più negativo: 1 a 15.

Facendo un calcolo assoluto è la Germania cha il più grande numero netto di posti di lavoro volatilizzatisi: -50 mila, molto al di sopra di Francia, 5 mila e Italia, 1000. In questo mare di saldo negativo è successo anche il contrario, ossia che i posti di lavoro creati siano stati superiori a quelli persi con la delocalizzazione. L’Irlanda ha un saldo positivo di 5 mila posti di lavoro, la Repubblica Ceca di 800, la Spagna di 300.

Però se l’Isola di Smeraldo è al primo posto per il numero di posti di lavoro creati, è anche il Paese con un’alta percentuale di aziende che si riforniscono all’estero. Questa caratteristica è presente in piccole economie aperte con un alto costo del lavoro. La delocalizzazione ha riguardato, finora, i settori manifatturiero, amministrativo e gestionale. In percentuale è l’informatica ad aver subito i maggiori tagli, 15 mila posti, pari allo 0,5 %.

Ora se in linea di principio l’impresa può essere libera di spostarsi dove vuole, il mercato dovrebbe avere regole comuni e un welfare all’altezza per evitare la disoccupazione.