ADHD vale per gli uomini e meno per le donne?

E’ sconcertante che le donne non siano state diagnosticate per questo disturbo perché difformi dallo stereotipo consolidato e per le forti pressioni sociali che alimentano il conformismo.

L’ADHD al femminile è poco considerato dalla medicina ufficiale. La neuropsichiatria definisce l’ADHD (Disturbo da deficit di attenzione/iperattività) come un disturbo del neurosviluppo che si manifesta con sintomi principali come disattenzione, iperattività e impulsività, influenzando la capacità di concentrazione, controllo degli impulsi e regolazione del comportamento, e persiste dall’infanzia all’età adulta, richiedendo spesso interventi terapeutici e/o farmacologici specifici per gestirne l’impatto sulla vita quotidiana. 

Si è sempre pensato che il male…rifiutasse le donne, mentre in realtà era sotto diagnosticato dalla medicina ufficiale, perché la discriminazione di genere si è palesata anche nelle diagnosi e cure delle patologie. In Italia pare che siano tra l’1% e il 3% (le stime sono incerte) i bambini e adolescenti con questo disturbo. Potrebbero essere, comunque, dati sottostimati, in quanto la conoscenza del fenomeno è ancora scarsa.

E’ incomprensibile se non per motivi di pregiudizi che le diagnosi, i tempi, variano secondo il sesso di chi ne è afflitto. Infatti le diagnosi sono state effettuate su campioni maschili a cui sono stati associati determinati comportamenti di iperattività. Ulteriori studi hanno notato, invece, che l’ADHD nelle bambine si manifestava in maniera diversa dai maschi. Ovvero con problemi di concentrazione, inquietudine e sovraccarico mentale. Per un certo periodo questi atteggiamenti non sono stati valutati come specifici del disturbo ma come esternazioni di genere.

Sia i docenti che famiglie, inoltre, hanno contribuito, in un certo senso, alla discriminazione di genere. I primi erano favorevoli ad un percorso terapeutico più per i maschi, a discapito delle femmine. Le seconde tendevano a non considerare i sintomi nelle figlie mentre sovrastimavano quelli dei figli. E’ sconcertante che le donne non siano state diagnosticate per questo disturbo perché difformi dallo stereotipo consolidato e per le forti pressioni sociali che alimentano il conformismo.

Quest’ultime dissimulano gli effetti del disturbo e producono una sua gestione all’apparenza positiva che, col tempo, non può che sfociare nella sindrome da stress. Il nascondere i sintomi dell’ADHD e adattare gli atteggiamenti ad una parvenza di “normalità” provoca conseguenze malefiche sul benessere psico-fisico delle persone. Una corretta diagnosi nei tempi giusti è da supporto soprattutto psicologicamente, in quanto alimenta la fiducia in sé stessi e scaccia i fastidiosi pensieri di sentirsi inadeguate.

Conoscere il disturbo consente di percorrere un cammino a ritroso della propria storia, cercare le giuste terapie per affrontare al meglio la malattia. Per frantumare le barriere della disparità di genere, assicurare la giusta diagnosi e offrire gli strumenti adatti alle persone in queste condizioni, è necessario l’aggiornamento continuo.

Oggi nel Belpaese la formazione viene erogata grazie all’impegno di varie associazioni, tra cui RITA (Rete Italiana ADHD) e il Gruppo Empathie+, un’équipe multidisciplinare specializzata nella diagnosi e supporto delle neuroatipicità e neurodivergenze.

Era ora visto che le discriminazioni di genere anche su aspetti come la salute delle persone non stanno né in cielo né in terra, oltre ad essere ascientifico!