I settori interessati a questa sorta di onda anomala sono il commercio, la sanità pubblico/privata, la pubblica amministrazione e le costruzioni.
Lavoratori pensionati, aziende beffate! L’Ufficio studi della Confederazione Generale Italiana dell’Artigianato-Associazione Artigiani e Piccole Imprese Mestre (CGIA) ha diffuso alcune stime sul pensionamento, entro il 2029, di oltre 3 milioni di lavoratori italiani, corrispondenti al 12,5% del totale. La stragrande maggioranza andrà in quiescenza, così come si dice nel linguaggio burocratese. Una minoranza, al contrario, deciderà di dimettersi per svariati motivi oppure perché licenziati.
Altri per emigrare all’estero o per mutate condizioni del rapporto di lavoro, ad esempio da lavoro dipendente a autonomo e viceversa. Il 52,8%, ossia 1.608.300 appartengono al settore privato, il resto si divide più o meno in parti uguali tra comparto pubblico e lavoratori autonomi. Tra qualche anno, dunque, si assisterà ad una sorta di emigrazione volontaria, lasciando vuoti uffici e fabbriche. Pare che un riposo forzato di queste dimensioni non si sia mai verificato nella storia del Belpaese.
Gli effetti sociali, economici e occupazionali saranno di dimensioni notevoli. Del resto gli imprenditori ne sono consapevoli in quanto cercheranno personale introvabile, come il filosofo greco Diogene che, con la luce della sua lanterna, cercava “l’uomo”. La Lombardia dovrà sostituire ben 567.700 lavoratori, il numero più elevato rispetto ad altre aree territoriali. D’altronde le regioni più colpite dal fenomeno sono quelle in cui gli abitanti sono in numero numeroso e con un’età media lavorativa molto alta e, poi, tutte le altre. Oltre il 70% da sostituire appartengono al comparto dei servizi e, in misura minore, nell’industria e nell’agricoltura.
In dettaglio i settori interessati a questa sorta di onda anomala sono il commercio, la sanità pubblico/privata, la pubblica amministrazione e le costruzioni. La struttura produttiva italiana è caratterizzata da un alto indice di anzianità dei dipendenti. In due anni il tasso è passato da 61,2 a 65,2, vale a dire che ogni 100 dipendenti sotto i 35 anni, ce ne sono 65 con oltre 55 anni di età. La tendenza potrebbe essere spiegata dai pochi ingressi di giovani nel mercato del lavoro rispetto agli occupati anziani. Inoltre, nel nostro Paese c’è l’annoso problema che la domanda e offerta di lavoro faticano ad incontrarsi.

Evidentemente si detestano entrambi! Nei fatti capita sovente che i giovani manchino di adeguata preparazione rispetto alle professionalità richieste. Lo scenario che si prospetta è, all’incirca, di questo tipo: quando le aziende dovranno sostituire i lavoratori pensionati, si innescherà una lotta spietata per reclutare i migliori sul mercato, con offerte di notevoli aumenti salariali. A soffrire maggiormente di questa situazione saranno le regioni meno popolate. Ora è da oltre un decennio che si sono succedute analisi, ricerche socio-economiche, anche dalle stesse fonti governative, in cui sono emersi l’invecchiamento della popolazione e dei lavoratori, la denatalità, la scarsa qualità formativa, la “fuga dei cervelli”.
Una classe dirigente seria e competente, con la volontà di alzare lo sguardo oltre il proprio naso, avrebbe pensato ad un progetto strutturale per una formazione più idonea, ad incentivare con una serie di sussidi le nascite, offerto maggiori opportunità alle madri e padri lavoratori e avrebbe fermato la fuga all’estero dei migliori talenti.
Nulla è stato fatto finora o non abbastanza, altrimenti non ci troveremmo in queste condizioni. Evidentemente la classe dirigente non è né seria, men che meno competente.