Fa specie che l’Italia abbia firmato una miriade di trattati internazionali e di convenzioni per il rispetto dei diritti umani e delle minoranze poi puntualmente disattesi.
I campi rom resistono all’usura del tempo. La cronaca è spesso piena di notizie riguardanti le baraccopoli di etnia rom che ormai fanno parte del paesaggio degradante delle periferie urbane. Nate come insediamenti abitativi precari e segreganti, si sono trasformate in luoghi di estrema emarginazione sociale, con infime condizioni di vita, bassi livelli di istruzione e salute. Oggi sono in una fase di transizione particolare.
Da un lato continuano ad esserci grandi insediamenti isolati dal resto della comunità, soprattutto nelle grandi città come Roma e Napoli. Dall’altro si registra qualche “raggio di sole”, con tentativi di andare oltre lo status quo in località come Torino e Ivrea, grazie a politiche di inclusione, malgrado le resistenze siano tante. E’ pur vero che i campi esistono anche in Europa, ma la loro forma e gestione variano notevolmente da Paese a Paese, con l’Italia che si è distinta per la loro estensione.
Secondo le stime più recenti (2024-2025) nel nostro Paese esistono circa 100-120 insediamenti formali (baraccopoli e macroaree) distribuiti in varie regioni, con una diminuzione rispetto al passato, ma ancora una presenza significativa di Rom e Sinti, spesso in condizioni abitative precarie, sebbene molti siano cittadini italiani e ci sia una tendenza al superamento di queste strutture verso soluzioni abitative più inclusive. Tuttavia il Belpaese è l’unico Stato con un’apposita legge che prevede la presenza di insediamenti per le etnie nomadi.
Questa scelta, nata con l’intento nobile di preservare la “cultura nomade”, è stata sconfessata dai fatti che sono andati in tutt’altra direzione, con casi di microcriminalità diffusa. Inoltre i residenti cominciarono a protestare per la presenza di quelli che erano definiti genericamente “campi nomadi”. Negli anni ’90 fu pubblicata la prima indagine del “European Roma Rights Center (ERRC)“, un’organizzazione internazionale a guida rom, fondata nel 1996, che combatte il razzismo anti-rom e la discriminazione.
In questo report spuntava, per la prima volta, la definizione dell’Italia come Paese dei campi. In seguito, secondo Amnesty International, si sono succeduti una serie di sgomberi senza le garanzie previste dal diritto internazionale. Nel corso del Giubileo 2000 l’esecuzione di uno sgombero balzò agli onori del diritto internazionale. Della serie: ci facciamo sempre riconoscere, soprattutto all’estero!

All’alba le forze dell’ordine in tenuta antisommossa, come se avessero dovuto stanare un covo di spietati terroristi, penetrarono nei campi Casilino 700 e Tor de’ Cenci a Roma, portando via 67 individui, tra cui anziani, bambini e donne incinte in direzione dell’aeroporto, destinazione Bosnia. Non si trattò di un fatto isolato perché ne furono compiuti altri, con demolizione violenta delle baracche in cui vivevano. Visto che la politica degli insediamenti urbani aveva prodotto effetti negativi, si tentò di costruirne di più piccoli senza gli effetti sperati.
Che il comportamento delle autorità italiane abbia violato il diritto internazionale lo ha confermato nel 2019 il Report su “discriminazione razziale e incitamento all’odio” a cura dell’Alto Commissario dell’ONU, in cui si è evidenziato la mancanza di sforzi per porre fine all’apolidia, alla presenza di stereotipi sui testi scolastici e l’accesso ai diritti delle minoranze. Ora è chiaro che il fenomeno esiste e va risolto. Le soluzioni tentate negli anni si sono rivelate inutili o poco efficaci, anche se qualche sparuto tentativo di migliorare l’esistente è stato fatto.
Fa specie che l’Italia abbia firmato una miriade di trattati internazionali e di convenzioni per il rispetto dei diritti umani e delle minoranze poi puntualmente disattesi. E’ come se lo Stato violasse sé stesso. Sembra quasi che si abbia bisogno di creare una fantomatica emergenza sociale, per darla in pasto all’opinione pubblica, a copertura di altre distorsioni sociali: crisi occupazionale, bassi salari, sistema sanitario al collasso. Quindi, dagli al nomade!