I femminicidi non accennano a diminuire. E sin quando patriarcato e capitalismo faranno comunella per la donna non ci sarà scampo. Gli esempi sono innumerevoli.
Il patriarcato e il capitalismo hanno molti aspetti in comune. Le scienze sociali definiscono il patriarcato come un sistema sociale e culturale in cui gli uomini detengono il potere predominante, attribuendosi autorità e privilegi rispetto alle donne e altre identità di genere. Il dominio si materializza in norme, istituzioni e stereotipi che perpetuano la subordinazione femminile e ruoli di genere rigidi per tutti, inclusi i maschi come esseri forti, dominanti e non emotivi.
Storicamente deriva dal dominio maschile nella famiglia (il padre o capofamiglia), ma oggi opera su scala sociale, politica ed economica, sebbene in forme spesso sottili e interiorizzate, influenzando leggi, cultura e rapporti interpersonali. A livello mediatico in Italia se ne è parlato diffusamente dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin, studentessa di 22 anni, per mano del suo ex fidanzato Filippo Turetta, 23 anni, avvenuto l’11 novembre 2023 a Fossò, nella città metropolitana di Venezia, vicino Padova, dove inferse 75 fendenti sul povero corpo della vittima.
La sorella Elena Cecchettin utilizzò la tragedia familiare per una riflessione sulla violenza di genere spedendo una lettera al Corriere della Sera. Le parole testuali:
“…Turetta viene spesso definito come mostro, invece mostro non è. Un mostro è un’eccezione, una persona esterna alla società, una persona della quale la società non deve prendersi la responsabilità. E invece la responsabilità c’è. I mostri non sono malati, sono figli sani del patriarcato, della cultura dello stupro. La cultura dello stupro è ciò che legittima ogni comportamento che va a ledere la figura della donna, a partire dalle cose a cui talvolta non viene nemmeno data importanza ma che di importanza ne hanno eccome, come il controllo, la possessività, il catcalling (molestie sessuali di strada). Ogni uomo viene privilegiato da questa cultura. Viene spesso detto “non tutti gli uomini”. Tutti gli uomini no, ma sono sempre uomini…

“…Nessun uomo è buono se non fa nulla per smantellare la società che li privilegia tanto. È responsabilità degli uomini in questa società patriarcale dato il loro privilegio e il loro potere, educare e richiamare amici e colleghi non appena sentano il minimo accenno di violenza sessista. Ditelo a quell’amico che controlla la propria ragazza, ditelo a quel collega che fa catcalling alle passanti, rendetevi ostili a comportamenti del genere accettati dalla società, che non sono altro che il preludio del femminicidio. Il femminicidio è un omicidio di Stato, perché lo Stato non ci tutela, perché non ci protegge. Il femminicidio non è un delitto passionale, è un delitto di potere. Serve un’educazione sessuale e affettiva capillare, serve insegnare che l’amore non è possesso. Bisogna finanziare i centri antiviolenza e bisogna dare la possibilità di chiedere aiuto a chi ne ha bisogno. Per Giulia non fate un minuto di silenzio, per Giulia bruciate tutto”.
Fu un duro e appassionato “j’accuse” contro i valori maschilisti dominanti, lame simboliche che squarciarono il velo di ipocrisia della cultura mainstream. In seguito, per un po’ di tempo, si accese il dibattito tra l’opinione pubblica, balzando agli onori delle prime pagine dei giornali.
Il tema riemerge in maniera fievole ad ogni femminicidio, fenomeno che non accenna a diminuire, per poi essere accantonato. Il patriarcato resiste insieme ad altre forme di dominio. Negli anni ’70 il femminismo considerò queste forme di violenza come effetti del capitalismo, introducendo il concetto di “ecofemminismo”, in cui corpo femminile e ambiente fisico sono depredati dal capitalismo e dal patriarcato.
Liberarsi sia dall’uno che dall’atro è un’impresa titanica. Ed è questo il problema cruciale per cui si nutrono poco speranze.