Auto: addio tempi di gloria

L’indotto automobilistico del Bel Paese langue e si ferma all’ultimo posto fra i produttori europei. La crisi deriva anche dall’ascesa del mercato cinese ma non solo.

La crisi dell’industria automobilista italiana è sotto gli occhi di tutti. L’Italia, terra si santi poeti e navigatori, nonché di motori, “marcia” male. Infatti Il Bel Paese è considerato tale grazie alla rinomata “Motor Valley” dell’Emilia-Romagna, un distretto industriale e culturale che ha dato i natali e ospita marchi iconici come Ferrari, Lamborghini, Maserati, Ducati e Pagani, attirando appassionati e turismo. Un patrimonio unico e prezioso di eccellenze automobilistiche, motociclistiche, musei, circuiti e manifestazioni come il Motor Valley Fest.

Per non parlare dell’ex Fiat (dal 2021 Stellantis), una volta fiore all’occhiello dell’industria nazionale delle quattro ruote. Tuttavia non si vive di ricordi e la realtà ci descrive un settore in crisi, con un forte calo di produzione, con effetti negativi sull’occupazione in un settore, comunque, rilevante per il PIL. Uno studio condotto da “Focus Italia Produzione Automotive”, un rapporto periodico dell’ANFIA (Associazione nazionale Filiera industria automobilistica), analizza l’andamento della produzione nel settore auto in Italia, mostrando cali significativi nel 2025, con decrementi notevoli nella produzione di autoveicoli e parti correlate rispetto agli anni precedenti, sebbene ci siano variazioni mensili che indicano complessità e fluttuazioni nel settore.

Il comparto è in forte crisi in rapporto con Paesi quali Germania, Francia, Spagna e Regno Unito. La situazione si è complicata anche per le scelte di Stellantis che ha deciso di spostare la sua ragione sociale ad Amsterdam (Paesi Bassi), mentre l’attività in Italia è gestita principalmente attraverso FCA Italy S.p.A. (che include i marchi Fiat, Alfa Romeo, Lancia) con un ripetuto utilizzo alla cassa integrazione per gli operai. Nel 2025 la produzione di auto è stata di circa 179 mila unità, pari a un decremento del 29,9%. Inoltre già l’anno prima non è stata positiva, a conferma di una tendenza che parte da lontano e non accenna a fermarsi.

A parte la Ferrari, le cui vendite forniscono segnali incoraggianti, ma che influisce minimamente sulla produzione globale nazionale, ormai i numeri sono nettamente lontano rispetto all’epoca d’oro del passato. Su questo quadro non brillante incide molto la presenza crescente delle auto cinesi. Effettuando un confronto con i maggiori Paesi del mercato europeo, Regno Unito, Spagna, Germania e Francia, solo il nostro Paese manifesta segnali così deficitari.

La grande Fiat degli Agnelli nell’epoca d’oro

La Germania, al contrario, si è confermata come il principale mercato automobilistico europeo. Ha infatti prodotto 3,5 milioni di unità, pari ad un +1%. Incrementano la produzione il Regno Unito con 602 mila auto, ossia +10,2% e la Francia con 748 mila unità e un +5% rispetto al 2024. La crisi dell’industria automobilistica italiana, oltre al rallentamento produttivo, è dovuta ai carenti investimenti nell’elettrificazione che, forse, avrebbero potuto contenere il declino.

Solo con un cambio di strategia imprenditoriale, puntando sull’elettrico, con auto altamente connesse e autonome trasformandosi in “assistenti intelligenti” con personalizzazione avanzata tramite Intelligenza Artificiale (IA), comandi gestuali e riconoscimento vocale, dialogando con l’infrastruttura cittadina per migliorare sicurezza e traffico, si potrà sperare in una rinascita economica e occupazionale dell’indotto.

Poiché attualmente il mercato europeo registra una rapida ascesa dell’industria automobilistica cinese, c’è chi propone di imporre dei dazi, se si vuole una ripresa europea. Restiamo in fiduciosa attesa degli eventi.