Tu mi fai girar come fossi una bambola

La celebre canzone di Patty Pravo ben si adatta allo studio eseguito dagli scienziati che hanno dimostrato la presenza massiccia di una cultura patriarcale dura a sparire.

La visione come oggetto del corpo femminile ha le sue radici nella cultura. La considerazione che si ha verso le persone dipende dai paradigmi culturali e dai modelli di società. Le scienze sociali hanno supportato con numerose ricerche questa teoria fino ad avvallarla. Ma non solo. Il CIMeC (Centro Interdipartimentale Mente/Cervello) dell’Università di Trento è un centro di eccellenza internazionale focalizzato sulla ricerca interdisciplinare nelle neuroscienze cognitive.

Studia le basi neurali di processi mentali come percezione, memoria, linguaggio, attenzione e cognizione animale, integrando psicologia sperimentale, metodi di neuroimaging e linguistica computazionale. Ha effettuato indagini per valutare se il modo di vedere il corpo femminile come oggetto influenza anche quello in cui il cervello risponde alla sua immagine.

Considerare il corpo delle donne come un oggetto, in linea generale, è un fenomeno socio-culturale in cui la donna viene considerata e trattata non come un individuo complesso (soggetto) ma come una merce, funzionale al piacere e agli scopi altrui. Questa deumanizzazione riduce la donna alle sue sole caratteristiche fisiche o sessuali. Questo processo è ben radicato nelle usanze della società. E’ talmente pervasivo che non riguarda solo i maschi, ma può essere introiettato dalle donne stesse. 

Un modo di autoconsiderarsi come oggetto in continua esposizione allo sguardo lascivo maschile. Secondo il CIMeC tutto questo percorso lascia per strada una sorta di scia neuronale. Su Scientific Reports, una prestigiosa rivista scientifica internazionale, copre tutte le aree delle scienze naturali, cliniche, ingegneristiche e psicologiche, è stato pubblicato uno studio neuroscientifico che, attraverso la neuroimagining e degli elettrodi poggiati sul cuoio capelluto, ha registrato le variazioni elettriche scaturite dal cervello.

Lo scopo era di segnalare l’esistenza di un segnale nel momento in cui il corpo delle donne veniva percepito come oggetto. E’ stato visto che ad una serie di immagini analoghe appare una spia, un picco. All’inizio si trattava di immagini di donne e uomini in biancheria intima. Ad un tratto è comparsa una avatar a forma di bambola. Secondo gli scienziati nella serie di immagini femminili la presenza della bambola è un’intrusione che crea confusione nella distinzione con le figure femminili.

La discriminazione di genere è incentivata dalla cultura patriarcale dura a sparire

Con i corpi passati in rassegna di sesso maschile, la distinzione tra questi e la bambola era più nitida. Gli studiosi, per rigore scientifico, hanno deciso di effettuare un esperimento di controllo: la visione di immagini maschili e femminini, compresa la bambola, vestiti. Ebbene le differenze del primo esperimento si sono annullate. Appena uomini e donne indossano un abito, la bambola appare estranea ad entrambi. La conclusione: l’equazione corpo umano-bambola, risulta oggettivante solo per le donne.

Questo vale anche per le stesse donne nella valutazione di immagini sia maschili che femminili. E’ molto probabile che questo sia l’effetto di una radicata cultura patriarcale che ha ostacolato, nei secoli, l’indipendenza femminile. Nemmeno un’educazione sentimentale e sociale dei maschi per riconoscere l’autonomia femminile, è risolutiva. E’ necessario, quindi, sradicare la struttura materiale da cui nascono le disparita e i divari socioeconomici.

E’ l’unico modo per cancellare la cultura del dominio e del potere a qualsiasi costo da essi alimentati. Vale per i meno abbienti e per la discriminazione femminile.