Via del Ciclamino, un delitto senza colpevoli

Quasi tre anni dopo l’omicidio di Pierina Paganelli, il caso riparte da zero, con piste mai battute e un’indagine che torna a farsi domande.

Rimini – Nel garage buio di un condominio di periferia, alle 22.13 del 3 ottobre 2023, finiva la vita di Pierina Paganelli. Settantotto anni, ex infermiera, testimone di Geova, stava rientrando a casa dopo una riunione di preghiera nella Sala del Regno. Qualcuno l’aspettava in garage, nascosto nell’intercapedine tra i box e il vano ascensore. Quel qualcuno la colpiva con inaudita ferocia, infierendo sul corpo della donna per ben 29 volte. A quasi tre anni dall’omicidio la giustizia italiana è ancora sotto scacco.

Nella notte tra il 10 e l’11 giugno 2026, dopo sedici ore di camera di Consiglio, la presidente della Corte d’Assise di Rimini, Fiorella Casadei, leggeva il verdetto che ha ribaltato l’intera architettura accusatoria costruita dalla Procura: Louis Dassilva, 36 anni, operaio senegalese, è innocente. Non perché il caso fosse prescritto o le prove tecnicamente insufficienti, ma perché “il fatto non sussiste“, come ripete la formula assolutoria più ampia e favorevole nel nostro diritto penale.

Per capire come si è arrivati al proscioglimento dell’imputato bisogna tornare alla morfologia umana di via del Ciclamino 31. In quello stabile vivevano quasi tutti i protagonisti della vicenda. Al terzo piano abitava la vittima, Pierina Paganelli. Dirimpetto la nuora Manuela Bianchi, con la figlia Giorgia e il marito Giuliano Saponi, figlio della vittima, all’epoca ricoverato in una clinica dopo un incidente stradale dai contorni mai del tutto chiariti. Nello stesso edificio risiedevano Louis Dassilva con la moglie Valeria Bartolucci. L’amante e la moglie dell’amante, separate dalla vittima da poche rampe di scale.

Valeria Bartolucci e Louis Dassilva

La sera del delitto Loris Bianchi, fratello di Manuela, era ospite della sorella per seguire in videoconferenza la stessa riunione dei Testimoni di Geova a cui Pierina stava partecipando di persona. Giuliano Saponi sarebbe stato dimesso dall’ospedale due giorni dopo l’omicidio della madre, che in quei giorni stava preparando una festa per accoglierlo.

Il Pm Daniele Paci, magistrato riminese di lungo corso con un passato da protagonista nell’inchiesta sulla Banda della Uno Bianca, avrebbe costruito un’accusa puntando tutto sulla convergenza degli indizi. Nessuna traccia di Dna attribuibile a Dassilva, nessuna impronta, men che meno un fotogramma utile. La telecamera di un garage adiacente aveva registrato le urla di Pierina, fissando l’ora del delitto con precisione ma non aveva ripreso l’aggressore. Il movente sarebbe stata la relazione clandestina tra Dassilva e Manuela Bianchi. Secondo la Procura Pierina stava per scoprire il tradimento della nuora e l’imputato avrebbe deciso di eliminarla. Ma è proprio cosi?

A fare la differenza, all’epoca dei fatti, la testimonianza della stessa Manuela Bianchi. Interrogata per tre giorni e indagata per favoreggiamento, aveva ammesso di aver incontrato Dassilva nel garage la mattina successiva al ritrovamento del cadavere, il 4 ottobre, sostenendo che fosse stato lui a istruirla su che cosa dire alla polizia. Su quella deposizione aveva fatto leva gran parte del processo ma quella testimonianza, evidentemente, non ha retto.

Manuela Bianchi

Gli avvocati della difesa di Louis Dassilva hanno elencato, uscendo dall’aula a notte fonda, cinque scenari alternativi che, secondo loro, non sarebbero stati adeguatamente esplorati. Il primo riguarda la topografia dei garage: il complesso sotterraneo collega otto palazzine e dispone di sette uscite diverse. La porta tagliafuoco che si sente chiudersi nell’audio della telecamera, un minuto dopo la fine dell’aggressione mortale ai danni dell’ex infermiera, potrebbe essere quella di un’uscita secondaria che dà sui campi in direzione di altro civico distante, mai monitorata dagli investigatori.

L’ingresso ai garage di via del Ciclamino – Video RAI

Poi c’è il racconto di quella serata in casa Bianchi, che la difesa ritiene non corrisponda a quanto effettivamente accaduto. Le perizie sui telefoni di Loris, Manuela e Giorgia Saponi avrebbero rilevato attività incompatibili con la versione fornita. Non solo: ci sarebbe una macchia di sangue nel box in uso a Manuela che non sarebbe mai stata analizzata. E il tragitto di Loris Bianchi verso Riccione, dove la sua automobile venne avvistata alle 23.15, mentre il contapassi del cellulare iniziava a registrare movimenti già dalle 23.10, lasciando supporre una sosta intermedia mai giustificata.

Il dato più inquietante riguarda però il Dna. Sul corpo di Pierina Paganelli fu trovato materiale genetico maschile, riportato negli atti come “maschio 3”, che non appartiene né a Dassilva né a nessun altro soggetto coinvolto nelle indagini. La traccia, associata a un capello scuro lungo rinvenuto nella bocca della vittima, era sopravvissuta persino al guasto dell’armadio essiccatore della polizia scientifica, che aveva compromesso gran parte delle prove sequestrate.

La Procura di Rimini ha annunciato ricorso in appello entro dieci ore dalla lettura del dispositivo con cui Dassilva è stato assolto. Le motivazioni della sentenza arriveranno entro novanta giorni. Solo allora si capirà su quali fondamenta i giudici abbiano ritenuto impossibile condannare il vicino di casa di Pierina Paganelli.

Nel frattempo resta aperto il fascicolo per favoreggiamento nei confronti di Manuela Bianchi, ma soprattutto resta un killer che, quasi tre anni dopo, non ha ancora un nome né un volto. Uomo o donna che sia.