Un velivolo sconosciuto precipita vicino al Lago Maggiore. Il regime impone il silenzio, Marconi indaga, il Duce teme un’arma tedesca. Il caso che ancora divide storici e ufologi.
Vergiate (Varese) – Il 13 giugno 1933 nei campi di Vergiate, provincia di Varese, a pochi chilometri dal Lago Maggiore, cade qualcosa dal cielo. Non è un aereo come quelli che l’aviazione italiana conosce. Ha una forma strana, cilindrica, con una strozzatura verso il fondo e oblò sulla fiancata da cui filtrano luci bianche e rosse. Dentro ci sono due corpi. Alti un metro e ottanta, capelli chiari, occhi chiari. Ma non sono italiani.
Il regime fascista piomba sul luogo dello schianto in poche ore. Un dispaccio dell’agenzia Stefani classificato come “riservatissimo” ordina il silenzio totale. I rottami vengono caricati su camion militari e trasportati nei capannoni della Siai-Marchetti a Vergiate. I due cadaveri finiscono in vasche di formalina per essere studiati. Viene istituito un ufficio segreto, il Gabinetto RS/33, con il compito di capire cosa sia successo. Tra i membri c’è Guglielmo Marconi, la mente scientifica più brillante che l’Italia possa vantare in quel momento.
Ma Marconi ha un’opinione diversa da quella che si sta formando nella testa di Benito Mussolini. Il Duce guarda quei corpi conservati nel liquido, osserva i tratti somatici nordici, studia i rottami di un velivolo che nessuno ha mai visto prima. E tira le sue conclusioni: sono tedeschi. Hitler ha una tecnologia militare così avanzata da produrre macchine volanti che l’Italia nemmeno immagina. Meglio averlo come alleato che come nemico.

Roberto Pinotti, fondatore e segretario del Centro ufologico nazionale, ha ricostruito la vicenda durante un convegno ufologico tenuto ad Arona, proprio sulle sponde del Lago Maggiore dove tutto è iniziato. Secondo la sua ricerca, l’episodio di Vergiate potrebbe aver avuto un peso non trascurabile nelle decisioni geopolitiche dell’Italia prefascista. “Il Duce credette, forse, che sarebbe stato opportuno allearsi con una potenza militare come quella della Germania nazista, capace di produrre un velivolo mai visto prima, piuttosto che averla come nemica”, spiega Pinotti.
Un’ipotesi che ridisegna completamente la narrativa storica sull’alleanza dell’Asse. Non solo affinità ideologiche, non solo calcoli strategici tradizionali. Ma la paura concreta di trovarsi di fronte a una superpotenza tecnologica che aveva già sviluppato armi volanti impensabili. Se davvero Mussolini aveva visto quei rottami e aveva creduto fossero tedeschi, la scelta di schierarsi con Berlino diventava quasi obbligata.
I resti del velivolo rimangono nei capannoni della Siai-Marchetti per dodici anni, custoditi come un segreto di Stato. Nessuno può avvicinarsi, nessuno può parlare. Poi arriva il 1945, l’Italia perde la guerra, il fascismo crolla. Gli Alleati occupano il territorio e prendono in custodia tutto ciò che i militari italiani avevano nascosto. Tra le cose che finiscono nelle mani americane ci sono anche quelle misteriose casse sigillate contenenti i rottami di Vergiate.
Negli anni Cinquanta il personale della US Air Force occupa gli stabilimenti Siai-Marchetti per la manutenzione degli aerei militari. È in quel periodo che le casse vengono caricate su aerei cargo e spedite negli Stati Uniti. Destinazione sconosciuta. Probabilmente una base militare, forse l’Area 51 nel Nevada, forse un laboratorio segreto del Pentagono. Da quel momento, silenzio totale.
Ma c’è un dettaglio ancora più inquietante. Pinotti racconta che tre persone erano a conoscenza del trasporto di quelle casse in America. Tre testimoni che avrebbero potuto raccontare cosa contenevano esattamente, dove erano finite, cosa c’era di così importante da giustificare quella segretezza assoluta. Tutte e tre sono morte. Due in un incidente di mare, una suicida. Coincidenze? Pinotti lascia la domanda sospesa, senza dare risposte.
La zona tra Lago Maggiore e Ticino continua ancora oggi a registrare il maggior numero di avvistamenti di oggetti volanti non identificati in Italia. Gli ufologi la considerano un’area calda, un punto dove qualcosa di inspiegabile continua ad accadere con regolarità. Gli scettici liquidano tutto come suggestione collettiva, giochi di luce, palloni sonda scambiati per astronavi. Ma il caso del 1933 resta lì, documentato da un dispaccio ufficiale dell’agenzia Stefani, testimoniato dall’esistenza del Gabinetto RS/33, confermato dai capannoni della Siai-Marchetti dove i rottami rimasero per oltre un decennio.
Cosa cadde davvero dal cielo quel giorno di giugno del 1933? Un prototipo tedesco ultra segreto? Un velivolo sperimentale di un’altra nazione? Oppure davvero qualcosa che non aveva nulla a che fare con la tecnologia terrestre? La risposta probabilmente è sepolta in qualche archivio militare americano, insieme a migliaia di altri documenti che forse non verranno mai declassificati.
Quel che è certo è che qualcosa spaventò abbastanza Mussolini da spingerlo verso Hitler. E che due corpi alti un metro e ottanta con capelli e occhi chiari galleggiarono per anni in vasche di formalina mentre l’Italia si preparava a entrare nella guerra più devastante che avrebbe mai conosciuto. Il resto è mistero. O forse, semplicemente, è ancora troppo presto per comnoscere la verità.