Un pensionato per ogni lavoratore: l’Italia che invecchia presenta il conto

L’allarme della Cgia di Mestre: negli anni Ottanta il rapporto era di tre a uno. Entro il 2029 lasceranno il lavoro tre milioni di italiani.

Roma – Per ogni italiano che timbra il cartellino c’è un assegno pensionistico da pagare. Il patto tra generazioni che ha retto il Paese per decenni scricchiola sotto il peso dei numeri: nel 2025, a fronte di 24,1 milioni di occupati, l’Italia ha erogato quasi 23,2 milioni di pensioni. Un rapporto ormai di uno a uno, quando negli anni Ottanta i lavoratori erano tre per ogni assegno. A scattare la fotografia, impietosa, è l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che parla senza giri di parole di un declino demografico “molto preoccupante”.

Dietro la statistica c’è il volto di un Paese che invecchia. Il calo delle nascite e l’aumento dell’aspettativa di vita degli ultimi cinquant’anni hanno ribaltato gli equilibri tra chi produce e chi riceve un assegno, con “conseguenze inevitabili anche per il mondo del lavoro”, avvertono gli artigiani mestrini.

E il peggio deve ancora venire. Tra il 2025 e il 2029 tre milioni di italiani lasceranno il proprio posto per andare in pensione, circa il 74 per cento dei quali – ossia 2.244.700 persone – nelle regioni del Centro-Nord. Un vero e proprio “esodo”, lo definisce la Cgia, da uffici e stabilimenti. E le imprese già oggi faticano a trovare figure altamente specializzate: nel 2024, in media, un dipendente privato su tre aveva superato i 50 anni. Il conto, intanto, lievita.

Nel 2026 la spesa pensionistica toccherà 351,8 miliardi di euro, il 2,7% in più dell’anno scorso, in linea con un’inflazione stimata al 2,8%. Nel 2029, a legislazione vigente, crescerà di altri 36,8 miliardi fino a sfiorare i 389 miliardi. La mappa dello squilibrio parte dal Sud. Maglia nera alla Città metropolitana di Reggio Calabria, dove le pensioni superano gli occupati di 90.368 unità. Seguono Taranto (-87.189), Lecce (-85.508) e Messina (-76.936).

Tutte le regioni del Mezzogiorno sono in rosso, con la Puglia in testa (-263.020). Ma la Cgia precisa: al Sud pesano soprattutto i trattamenti assistenziali e di invalidità, più delle pensioni di vecchiaia, insieme a un tasso di occupazione tra i più bassi d’Europa e a una vasta area di lavoro irregolare.

Nemmeno il Nord è al riparo. Sono 11 le province settentrionali dove gli assegni superano i lavoratori attivi: da Savona (-9.326) e Biella (-9.153) fino a Lecco (-188), passando per Rovigo, Vercelli, Massa-Carrara, Sondrio, Ferrara, Alessandria, La Spezia e Belluno. Delle 102 province monitorate, appena 54 chiudono con il segno più.

Un orologio demografico che corre veloce e che, senza più nascite e più lavoro regolare, rischia di presentare il conto alle generazioni che verranno.