La svolta due settimane dopo il delitto. La vittima, Daouda Sangaré, aveva 31 anni. La donna era appena arrivata dall’Africa.
Montese (Modena) – Aveva attraversato il mare per raggiungere il marito e costruire una famiglia, e appena un mese dopo il suo arrivo in Italia sarebbe stata lei a spezzargli la vita con una coltellata alla gola, proprio sull’uscio di casa. È l’ipotesi agghiacciante su cui lavora la Procura di Modena, che ha portato all’arresto della giovane moglie di Daouda Sangaré, il saldatore di 31 anni trovato morto all’alba di domenica 2 agosto nella sua abitazione di via Righi, nel cuore del piccolo centro dell’Appennino modenese.
La svolta è arrivata dopo due settimane di indagini nel massimo riserbo. Nel tardo pomeriggio del 17 agosto i carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Modena, su delega della Procura, hanno eseguito l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip nei confronti della donna, una giovane ivoriana ritenuta gravemente indiziata di omicidio volontario. Trasferita subito nel penitenziario di Sant’Anna, attende ora l’interrogatorio di garanzia.
Nei primi giorni la pista era un’altra: si pensava che a colpire Sangaré fosse stato un altro uomo, al culmine di una lite. La stessa moglie, insieme ad altre persone informate sui fatti, era stata ascoltata a lungo in caserma e poi riaccompagnata a casa, senza alcun provvedimento. Poi, quando gli inquirenti hanno ravvisato elementi sufficienti, è scattata la misura nei suoi confronti.
Daouda Sangaré, originario della Guinea ma cresciuto in Costa d’Avorio, viveva sull’Appennino modenese dal 2021. Lavorava in regola come saldatore alla ditta Bernabei, nella frazione di Salto. La moglie, sua connazionale, lo aveva raggiunto solo a luglio, con il sogno di mettere su famiglia. La sera prima del delitto l’uomo era andato alla festa del paese; all’alba è stato ritrovato in casa con una profonda lesione al collo. Quando è arrivato il 118, per lui non c’era ormai più nulla da fare.
Chi lo conosceva fatica ancora a crederci. “Dao stava alla larga dai guai, era un ragazzo molto tranquillo, faceva una vita riservata, tutto casa e lavoro. Una persona bravissima: non riesco a immaginare nessuno che potesse arrivare a ucciderlo”, aveva raccontato un amico nei giorni successivi all’omicidio. Un ritratto che rende ancora più cupo il quadro emerso ora dalle indagini.
Restano molti punti oscuri: il movente, gli orari, gli spostamenti di quella notte. Sarà l’interrogatorio di garanzia il primo, decisivo passaggio per capire cosa sia davvero accaduto in quella casa di via Righi, dove un progetto di vita appena iniziato si è trasformato, in pochi istanti, nella più drammatica delle accuse.