La Procura ha disposto la perizia balistica: Valentina avrebbe ucciso marito, figlia e cane prima di togliersi la vita.
Roma – C’è una svolta che ribalta ogni certezza nel giallo più cupo dell’estate romana. Non sarebbe stato il padre, bensì la madre, a impugnare la pistola e a premere il grilletto contro le persone che amava di più. Secondo la nuova ricostruzione degli inquirenti, sarebbe stata Valentina Pambianco a uccidere il marito Luca Abbasciano, la figlioletta Bianca di appena 5 anni e persino il cane di casa, prima di rivolgere l’arma contro se stessa. La strage si è consumata il 31 agosto tra le mura di un appartamento di via dell’Antracite, nel quartiere Pietralata, diventato negli ultimi mesi una prigione di disperazione.
A cambiare la verità sui fatti sono i primi accertamenti sulla strage di famiglia. La Procura di Roma ha disposto una perizia chimico-balistica per stabilire con certezza chi abbia usato l’arma, una Glock regolarmente detenuta dall’uomo. Quando gli investigatori entrarono nella casa si trovarono davanti una scena definita “raccapricciante”: Luca Abbasciano riverso sul pavimento vicino alla parete, la bambina sul letto, uccisa da un colpo alla testa, e accanto a lei la madre, che si sarebbe sparata in bocca. L’arma era a terra, tra i corpi.
A restituire gli ultimi, strazianti minuti di quella mattina è il cane della famiglia. Colpito anch’esso, l’animale si sarebbe trascinato ferito e sanguinante per le stanze, prima di accasciarsi in camera da letto, proprio tra le gambe del padrone. Lo raccontano le tracce di sangue rinvenute nell’appartamento, dove sono stati individuati anche due proiettili esplosi a vuoto.
La certezza, però, non è ancora scritta. L’autopsia, affidata ai medici legali della Sapienza, non ha fornito elementi che avvalorino l’ipotesi di un’unica mano: sui corpi di entrambi i coniugi sono state trovate tracce di polvere da sparo. Saranno gli esami tossicologici a chiarire se la piccola e la madre fossero coscienti o addormentate al momento degli spari.
Dietro il massacro c’è una storia di solitudine e di una cura impossibile. Bianca era nata prematura, disabile dalla nascita: paralisi cerebrale, epilessia, una vita sospesa tra ricoveri continui. Per strapparla al suo destino, Luca e Valentina avevano inseguito la speranza fino in Messico, nella clinica di un presunto guru della medicina a Monterrey, dove un macchinario sperimentale prometteva miracoli. Almeno tre viaggi, forse quattro, e una voragine economica: si parla di oltre 300mila euro bruciati in trattamenti mai riconosciuti dalla comunità scientifica.
Quando i soldi sono finiti, è finita anche la speranza. In casa gli inquirenti hanno trovato una ventina di lettere, firmate dai coniugi, con le scuse ai parenti e una frase che pesa come una pietra: “Da soli non ce la facciamo“. Un grido rimasto inascoltato, chiuso in un silenzio che nessuno, fuori da quelle mura, aveva saputo cogliere. Ora tocca alla scienza dire l’ultima parola su chi, in quella stanza, abbia avuto la forza terribile di sparare.