Una battaglia legale in cui al centro dovrebbe esserci l’interesse del minore, che chiede soltanto di restare nel suo porto sicuro.
Catania – Succede che un ragazzino di dodici anni, in un’aula scolastica svuotata per l’occasione, si ritrovi di fronte ad assistenti sociali, psicologi e agenti di polizia che gli spiegano perché dovrebbe lasciare la madre per vivere con il padre. Succede che quel ragazzino, con una lucidità che gli adulti spesso non hanno, dica no. Lo ripeta più volte, senza esitazioni. E succede, incredibilmente, che nonostante questo un padre chieda alla Corte d’Appello di Catania di prelevarlo con la forza e trasferirlo in una casa‑famiglia a Modica, lontano da tutto ciò che per lui è casa.
È una vicenda che l’avvocato Giuseppe Lipera definisce “allucinante”, e che i documenti depositati in tribunale confermano in ogni dettaglio. Nell’istanza presentata dal padre, la comunità viene descritta come un passaggio intermedio per favorire un futuro ricollocamento del minore presso di lui. Ma ciò che emerge dagli atti è un’altra storia: quella di un ragazzo che non vuole andarsene, che non vuole essere strappato alla madre, che vive ogni tentativo di allontanamento come un trauma.
L’annotazione della polizia giudiziaria della Questura di Catania racconta con precisione ciò che è accaduto il 22 dicembre. Il minore viene accompagnato in un’aula vuota, gli vengono spiegate le ragioni dell’intervento, gli viene chiesto di collaborare. Lui rifiuta. Lo fa con fermezza, più volte. Nemmeno la presenza della madre, che pur non condividendo il provvedimento prova a convincerlo a seguire le indicazioni degli operatori, riesce a smuoverlo. In un passaggio significativo, il ragazzo dice che sarebbe disposto a vedere il padre solo se potesse comunque trascorrere più tempo con la madre. È una frase che gli ufficiali riportano con cura, perché racchiude il senso di tutta la vicenda.
Per l’avvocato Giuseppe Lipera, che assiste la madre, la richiesta del padre è non soltanto priva di logica, ma potenzialmente devastante. Il legale e la collega Graziella Coco sottolineano come il minore non sia abbandonato né in condizioni di degrado, come sia seguito dalla Neuropsichiatria Infantile e – qui è il nodo centrale dell’intera vicenda – abbia espresso in ogni sede la volontà di restare con la madre. Portarlo lontano da Catania, inserirlo in una comunità che non conosce, significherebbe – scrivono – infliggergli una sofferenza del tutto evitabile.

Gli atti raccontano anche altro: nei precedenti tentativi di allontanamento, il ragazzo ha avuto crisi di pianto e panico. Nonostante ciò, il padre insiste nel chiedere che si proceda comunque, anche con l’uso della forza. È questo, forse, l’aspetto che più colpisce leggendo le carte: la distanza tra la volontà limpida del minore e la rigidità della richiesta paterna.
Il 19 febbraio, alle 11:30, la Corte d’Appello di Catania affronterà il caso. Al centro non ci sarà un conflitto tra adulti, ma la voce di un dodicenne che ha già detto ciò che vuole. E che, come ricorda l’avvocato Lipera, rischia di subire “un grosso trauma con conseguenze irreparabili”.