Scrive su Facebook dai domiciliari, Adinolfi finisce in carcere

Gli era stato imposto il divieto di usare telefoni, computer e qualsiasi dispositivo telematico, salvo che per parlare con il proprio difensore.

Roma – Non gli è bastata la cella in casa: ha continuato a scrivere, e così la cella è diventata quella vera. Mario Adinolfi, 55 anni, giornalista, ex parlamentare e fondatore del Popolo della Famiglia, dalla mattina di lunedì 21 settembre è rinchiuso in carcere. Il cattolicone pokerista, che era ai domiciliari dallo scorso 8 luglio, non ha saputo staccare le dita dalla tastiera: ha continuato a postare sui social nonostante il divieto, e i giudici gli hanno tolto anche il privilegio di restare tra le mura di casa.

A eseguire il provvedimento sono stati i finanzieri del Comando provinciale della guardia di finanza di Roma, su delega della Procura e in forza di un’ordinanza del Gip. L’aggravamento della misura cautelare nasce da una violazione tanto ostinata quanto documentata: all’indagato era stato imposto il divieto di usare telefoni, computer e qualsiasi dispositivo telematico, salvo che per parlare con il proprio difensore. Adinolfi, invece, avrebbe ignorato il paletto con cadenza quotidiana, pubblicando 49 articoli sul suo blog Substack e 23 post sul profilo Facebook. Comportamento che, per gli inquirenti, ha fatto scattare il rischio di reiterazione del reato e il pericolo di inquinamento probatorio.

A dare la notizia, manco a dirlo, è stato lui stesso. Sui social, prima dei sigilli, Adinolfi ha scritto: “Mi portano in carcere perché scrivo su Facebook. Sono il primo italiano nella storia a subire questo tipo di arresto”, allegando la foto dell’ordinanza del giudice.

Il post su Facebook di Adinolfi

Dietro l’intera vicenda c’è un’inchiesta della Procura di Roma su una presunta maxi-truffa. Secondo l’accusa, il giornalista avrebbe raccolto denaro da numerosi investitori promettendo rendimenti garantiti grazie a un “Betting Group” ribattezzato “Scommessa Collettiva”, promosso proprio attraverso i social. Presunti algoritmi e strategie di scommessa “infallibili” avrebbero convinto le vittime a versare somme ingenti – in alcuni casi oltre 100mila euro a testa – senza poi rivedere né i soldi né i guadagni promessi. Il danno complessivo stimato sfiora i 4,7 milioni di euro; contestualmente era già scattato un sequestro preventivo di oltre 400mila euro. Le accuse: truffa aggravata e continuata, esercizio abusivo dell’attività di raccolta del risparmio, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi.

Adinolfi si è sempre professato innocente. Davanti al gip ha sostenuto che si trattasse di un’attività lecita e conosciuta da chi vi aderiva, circa novanta scommettitori tra cui, a suo dire, “professori universitari, notai e nobili”. La sua sintesi: “Chi perde denuncia e chi vince non denuncia”. E ancora: “A una signora che mi aveva dato 30mila euro, gliene ho ridati 50mila. Se io sono un evasore, allora lo sono tutti quelli che giocano online”.

La difesa aveva già incassato un no dal Tribunale del Riesame, che aveva respinto la richiesta di annullamento dei domiciliari. Ora l’ultima parola l’ha detta la tastiera: per il fondatore del Popolo della Famiglia le porte del carcere si sono aperte non per una scommessa, ma per un post di troppo.