Caduta l’accusa per l’esecuzione materiale al Parco degli Acquedotti: la Corte d’Appello ha ribaltato l’ergastolo del primo grado e scagionato il killer argentino.
Roma – Clamorosa svolta giudiziaria nel processo per l’omicidio di Fabrizio Piscitelli, il leader ultras della Lazio noto come “Diabolik”. La Corte d’Assise d’Appello di Roma ha assolto Raul Esteban Calderon, l’unico imputato accusato di essere l’esecutore materiale del delitto, ribaltando la sentenza di primo grado che lo aveva condannato all’ergastolo. Calderon è stato scagionato con la formula “per non aver commesso il fatto”.
L’omicidio di Fabrizio Piscitelli, avvenuto il 7 agosto 2019, rimane una delle pagine più oscure della recente cronaca criminale romana. Piscitelli venne ucciso in pieno giorno con un colpo di pistola alla testa mentre era seduto su una panchina. Secondo la Dda di Roma e la Guardia di Finanza, la vittima era il referente di un’organizzazione autonoma di narcotraffico.
Il delitto sarebbe maturato in un contesto di feroci rivalità tra diverse “batterie” della malavita capitolina. Le indagini avevano individuato nei fratelli Leandro ed Enrico Bennato i possibili mandanti, motivati dalla necessità di neutralizzare la crescente influenza di Piscitelli.
In primo grado, la condanna all’ergastolo si era basata su una serie di indizi tecnici e testimonianze ritenuti allora solidi. Un elemento chiave era un video che ritraeva il presunto killer con una benda sul polpaccio, interpretata come il tentativo di coprire un tatuaggio di Calderon.
Pesavano le registrazioni tra l’imputato e l’ex compagna, Rina Bussone, la quale lo accusava di aver utilizzato una pistola in loro possesso per l’omicidio. La stessa Bussone, divenuta collaboratrice di giustizia, aveva confermato le accuse in aula. Tuttavia, i giudici d’Appello hanno ritenuto questi elementi insufficienti a provare oltre ogni ragionevole dubbio la responsabilità del cittadino argentino.
Con l’assoluzione di Calderon, che resta comunque in carcere per scontare un altro ergastolo definitivo per l’omicidio di Shehaj Selavdi, l’assassinio di Diabolik torna a essere un caso irrisolto. Il delitto resta il simbolo di una Roma criminale instabile, dove i confini tra tifo organizzato, narcotraffico e clan si sovrappongono costantemente.
La Procura generale, che aveva chiesto la conferma del massimo della pena con l’aggravante del metodo mafioso, vede cadere l’intero impianto accusatorio costruito negli ultimi anni di indagini.