Anche il Tribunale di Milano dichiara inammissibile l’istanza di differimento della pena. Il gioielliere che uccise due rapinatori affida il suo destino a Mattarella.
Milano – Le sbarre del carcere di Bollate non si aprono. Per Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour che quattro anni fa impugnò la pistola contro i banditi entrati nel suo negozio, arriva un altro no secco: nella mattinata di giovedì 17 settembre il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha dichiarato “inammissibile” la sua istanza di differimento della pena. Il 72enne dovrà continuare a scontare dietro le sbarre la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi, e la sua unica, fragile speranza porta oggi un solo nome: la grazia del presidente della Repubblica.
È il secondo no in pochi giorni. La decisione dei giudici milanesi Bortolato-D’Elia, affiancati dagli esperti Bisconti-Morante, ricalca quella già presa il 14 settembre dal Tribunale di Sorveglianza di Torino. Il motivo è tecnico ma inappellabile: per la consolidata giurisprudenza il differimento della pena legato a una domanda di grazia può essere concesso soltanto quando l’esecuzione della pena non è ancora iniziata. Roggero, invece, aveva presentato l’istanza quando si era già costituito a Bollate, lo scorso 17 luglio. Il provvedimento è in linea con la richiesta della Procura generale.
La vicenda affonda le radici nell’aprile 2021, quando i rapinatori fecero irruzione nella gioielleria di Grinzane Cavour, nel Cuneese. Roggero reagì sparando: due dei banditi rimasero uccisi, un terzo ferito. Una reazione che ha spaccato l’Italia in due, tra chi ha visto un uomo esasperato e costretto a difendersi e chi una risposta sproporzionata, fino alla condanna diventata definitiva.
Solo due giorni fa, davanti ai giudici, il gioielliere aveva provato a giocarsi le sue carte con alcune dichiarazioni spontanee. “Ogni vita merita rispetto, siamo tutti gocce in un grande oceano”, ha detto, ammettendo che quel giorno avrebbe potuto essere “meno impulsivo e più riflessivo“. Parole che il suo avvocato, Stefano Marcolini, ha descritto come un “percorso di revisione critica”, pur escludendo con nettezza il termine “pentimento”. Non sono bastate.
A tenere viva la battaglia legale è soprattutto la moglie, Mariangela Sandrone, che in una lettera allegata alla richiesta di grazia ha definito la detenzione “una sorta di ergastolo“ vista l’età avanzata del marito. La difesa, però, non molla: contro il no di Torino è già stato annunciato il ricorso in Cassazione. E intanto il caso resta politicamente incandescente, con Matteo Salvini che ha promesso un gazebo a Pontida per raccogliere fondi da destinare alle spese legali. Ora la parola passa, di fatto, al Quirinale.