Referendum, la Cassazione modifica il quesito

Il Consiglio dei ministri mantiene il calendario elettorale integrando la formulazione con gli articoli costituzionali interessati dalla riforma.

I giudici dell’ufficio centrale della Corte di Cassazione hanno dato l’ok alla versione rivista del quesito referendario sulla riforma dell’ordinamento giudiziario. La modifica, richiesta dai quindici esperti di diritto che hanno guidato la mobilitazione popolare culminata con oltre mezzo milione di sottoscrizioni, inserisce nel testo l’elenco delle norme costituzionali oggetto di modifica.

La prima stesura sottoposta agli elettori recitava: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare’ approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?”.

Il testo aggiornato integra questa formulazione aggiungendo la precisazione: “con la quale vengono modificati gli articoli 87 comma 10, 102 comma 1, 104, 105, 106 comma 3, 107 comma 1 e 110 comma 1 della Costituzione?”.

Nonostante la modifica sostanziale del quesito, il Consiglio dei ministri ha deciso di confermare la consultazione per il 22 e 23 marzo. La scelta di mantenere invariato il calendario elettorale, pur con l’integrazione degli articoli costituzionali interessati dalla riforma che contiene la separazione delle carriere dei magistrati, ha sollevato un acceso dibattito politico e istituzionale.

La decisione dell’esecutivo arriva dopo che la Cassazione ha accolto la richiesta di revisione del quesito avanzata dal comitato promotore, che aveva raccolto oltre cinquecentomila firme per sottoporre agli elettori la riforma dell’ordinamento giudiziario.

Dura la reazione del Partito Democratico. La responsabile giustizia del Pd, la deputata Debora Serracchiani, ha attaccato frontalmente la scelta del governo: “Prima non consentono al Parlamento di poter esercitare la propria funzione, poi fissano una data del referendum senza rispettare la raccolta firme di oltre 500 mila cittadine e cittadini italiani, poi sono costretti a modificare il quesito del referendum senza spostare la data fissata del referendum con la solita tracotante arroganza di chi comanda e non governa”.

Serracchiani ha inoltre sottolineato le recenti polemiche sulla magistratura: “Ora anche le accuse alla magistratura di aver semplicemente svolto il proprio lavoro applicando la legge e lamentando la non imparzialità della stessa. Ancora una volta prevale la linea della prepotenza e della mancanza di rispetto per le istituzioni. Un’altra buona ragione per votare no”.

La revisione del quesito solleva interrogativi sulla regolarità della procedura seguita. Il punto critico riguarda le conseguenze derivanti dalla modifica sostanziale della formulazione già validata. Secondo alcuni esperti di diritto costituzionale, l’inclusione del dettaglio sulle norme costituzionali avrebbe dovuto imporre l’emanazione di un nuovo provvedimento di convocazione degli elettori, con la conseguente ripresa del periodo minimo di cinquanta giorni destinato alla campagna elettorale previsto dalla normativa vigente.

Per il professor Michele Ainis, giurista specializzato in materia costituzionale, le implicazioni sono evidenti: “La scelta iniziale di omettere l’indicazione degli articoli costituzionali mirava a rendere più accessibile il quesito agli elettori. Ora, se i giudici hanno ritenuto di dover correggere la formulazione già validata, appare logico attendersi un differimento del voto, dato che la data è parte integrante del decreto di indizione”.

Ainis aveva inoltre paventato che “qualora le autorità decidessero di mantenere invariato il calendario, i sostenitori della campagna referendaria potrebbero rivolgersi alla Consulta sollevando un conflitto tra poteri dello Stato”. Una prospettiva che ora potrebbe concretizzarsi vista la decisione del Consiglio dei ministri di procedere con le date già stabilite nonostante la sostanziale modifica del quesito sottoposto agli elettori.