Quasi 6 milioni di persone rinunciano alle terapie

E il numero è in netto aumento mentre anche la sanità privata sembra vacillare sotto i colpi di bilanci in negativo e cattive gestioni. Curarsi è diventato un lusso per pochi.

Che la sanità italiana sia in caduta libera, ormai, lo sanno pure i muri. Non è una sorpresa, quindi, l’ultimo report della Fondazione Gimbe, un’organizzazione indipendente e senza scopo di lucro dedita a promuovere la medicina basata sulle evidenze scientifiche e a tutelare la sostenibilità e l’equità del Servizio Sanitario Nazionale.

E’ emerso che la spesa sanitaria è giunta al 6,2% del PIL, mentre la media europea è del 7,1%, pari a 36 miliardi inferiore alla media continentale. Risorse che saranno servite per la difesa che sembra la priorità assoluta per il nostro governo.

La Commissione Europea ha toccato un nervo scoperto, ossia la solidità del Sistema Sanitario Nazionale. Nel documento annuale con cui la CE analizza la situazione economica, fiscale, sociale e strutturale di ciascuno Stato membro dell’Unione Europea, definito Country report 2026, la sanità non viene considerata una spesa marginale, tutt’altro.

E’ pur vero che l’Italia si trova tra l’incudine del debito pubblico e il martello della salvaguardia del servizio sanitario ma secondo i dati diffusi da Gimbe l’Italia occupa la 15ma posizione tra i 27 Paesi dell’area OCSE e fanalino di coda tra i quelli del G7. Le differenze oscillano tra lo 0,2% della Repubblica Slovacca e il 4,8% in più, rispetto al Belpaese, della Germania.

Sono palesi la diversità di programmazione finanziaria con i maggiori Paesi dell’UE. Mentre dopo la pandemia le più importanti economie dell’area UE hanno continuato ad investire in sanità anche dopo la fase acuta, incidendo sul PIL in percentuali superiori al periodo precedente il Covid-19, il nostro Paese ha deciso di stringere i cordoni della borsa.

Nel periodo tra il 2019 e il 2024 la spesa sanitaria è diminuita dello 0,6%, mentre quella pubblica complessiva è cresciuta del 2% del PIL. Una conferma di una politica che vuole uscire dall’emergenza strutturale sanitario investendo di meno, quando sarebbe necessario assumere personale e aumentare le risorse finanziarie.

Se l’offerta della sanità pubblica è limitata sembra lapalissiano l’incremento della domanda verso il privato. I dati a disposizione suggeriscono che la spesa sanitaria a carico delle famiglie che se lo possono permettere è arrivata al 23,7% della spesa sanitaria complessiva.

Anche la sanità privata vacilla sotto i colpi della cattiva gestione e della crisi

Una quota superiore di ben il 14,9% della media europea. Se non è privatizzazione questa, allora cos’è? Conosciamo a menadito i “cahiers de doléances” del SSN: liste d’attesa lunghissime e difficoltà di offrire adeguati Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), ossia l’insieme di tutte le prestazioni, i servizi e le attività che il SSN italiano è tenuto a fornire a tutti i cittadini.

Ben 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a viste ed esami specialistici, chi non ha il portafoglio bucato si avvale della sanità a pagamento, anche questa in ribasso, e chi può investire risorse si rivolge alle assicurazioni. E’ chiaro che una situazione del genere è determinata anche dal deficit della Pubblica Amministrazione (PA), in cui la parte del leone è recitata, per il 40%, dalla spesa previdenziale.

L’invecchiamento demografico e la denatalità completano un quadro, di per sé, fosco. Solo la Sanità pesa sul bilancio delle Regioni per l’80%, che per coprire la mancanza di adeguamento delle risorse da parte dello Stato e per garantire un minimo di LEA, sono costrette ad aumentare le tasse locali, le aliquote addizionali Irpef e Irap.

Nell’uno e nell’altro caso a subirne le conseguenze sono sempre gli stessi: i poveri cittadini. La solita storia, immutabile in ogni epoca storica!